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Julio Cortázar



I grandi Scrittori del Novecento

Julio Cortázar: La realtà labirintica e il sentimento del fantastico

(Articolo di Massimo Barile Rivista Il Club degli autori 227-228-229-230 – Anno 23 – febbraio 2014)



Julio Cortázar è l’enchanteur, figura senza tempo di uno scrittore camaleontico sull’orlo di un abisso psicologico che non conosce confine, enigmatico viaggiatore nella realtà labirintica della mente e nella dimensione dove esiste solo il permanere dello straniamento, fino all’inevitabile consapevolezza del “non esserci del tutto”.
Dove non c’è niente, dove gli “altri” non vedono nulla, lui rie-sce a rappresentare nell’anima molteplici stupori e meraviglie come se la grazia della scrittura continuasse ad operare, a dispetto d’ogni evidenza e realtà: ricercatore e, al contempo, mendicante del fantastico anche nei momenti in cui gli “altri” penserebbero a diverse prospettive.
«Non esserci del tutto in una qualsiasi delle strutture, delle ragnatele che prepara la vita e in cui siamo alternativamente ragno e mosca»: avere percezione di quell’umano sentire relativo a ciò che si manifesta, ma “non esserci”, quasi a tralasciare ogni gesto che possa incidere nella realtà che appare davanti agli occhi, come se, in fin dei conti, non fosse altro che artificio, non fosse altro che ipotesi ed infingimento.
Julio Cortázar offre la possibilità di fantasticare e non si deve perdere tale possibilità: non riesce ad essere immune a questa esperienza, ma non può bastare alla ricerca del cammino cortázariano.
In alcuni racconti, nient’altro che analisi di sé, si sente la commozione, si percepisce l’ombra nascosta dietro l’uomo, sulla soglia d’una conversione definitiva alla presunta realtà.
Le sue costanti ingenuità, d’altronde sempre volute, sono le sue virtù, come la volontà di raffigurare immagini da parte di colui che sta al buio, cercatore del pensiero che nasce dal senso di straniamento eppure lucidamente cosciente: «Un racconto, in ultima istanza, si muove su quel piano dell’uomo dove la vita e l’espressione scritta di quella vita ingaggiano una lotta fraterna, e il risultato di tale lotta è il racconto stesso, una sintesi vivente e insieme una vita sintetizzata, qualcosa come un incresparsi d’acqua dentro un bicchiere, una fugacità in una permanenza. Solo con immagini si può trasmettere quell’alchimia che è all’origine della profonda risonanza che un grande racconto ha in noi, e che spiega anche perché ci siano pochissimi racconti veramente grandi».
A conferma di tutto ciò è sufficiente ricordare un racconto di Cortázar che, sotto questo punto di vista, reputo affascinante. Il titolo del racconto è Axolotl, pubblicato nel 1954, e inserito nella Anthologie du Fantastique, che nasce da una esperienza della vita quotidiana e non da un sogno o un incubo: una semplice visita al Giardino Zoologico che conduce davanti all’acquario degli axolotl (una sorta di salamandra messicana) e tutto diventa contemplazione fantastica. In realtà, fu preso dal panico e non tornò mai più davanti all’acquario degli axolotl. Questo, naturalmente, non accade nel racconto.
«Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, ad osservare la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Adesso sono un axolotl. Il caso mi condusse da loro un mattino di primavera in cui Parigi apriva la sua coda di pavone dopo il lento inverno… dopo aver dato un’occhiata ad alcuni pesci per niente interessanti m’imbattei all’improvviso negli axolotl. Rimasi un’ora ad osservarli, poi uscii incapace di pensare ad altro… cominciai ad andarvi tutte le mattine, qualche volta mattino e pomeriggio… perché fin dal primo momento compresi che eravamo legati, che qualcosa d’infinitamente perduto e distante continuava nonostante tutto a tenerci uniti… Fu il loro quieto raccoglimento che mi spinse a chinarmi affascinato la prima volta che vidi gli axolotl. Oscuramente mi parve di capire la loro segreta volontà di abolire lo spazio e il tempo con un’immobilità indifferente… I loro occhi, soprattutto, mi ossessionavano. Gli occhi degli axolotl mi parlavano della presenza di una vita diversa, di un’altra maniera di guardare… continuavano a guardarmi da una profondità insondabile che mi dava le vertigini».
La sua visione è in continua espansione fino a ravvisare, in quelle piccole creature, i residui di una “misteriosa umanità” e una relazione così profonda con lui e, allo stesso modo, la loro sofferenza di esseri viventi condannati “ad un silenzio abissale”. E, infine, a credersi prigioniero in un corpo di axolotl, trasmigrato in lui con il pensiero di uomo: «Adesso sono definitivamente un axolotl, e se penso come un uomo è soltanto perché ogni axolotl pensa come un uomo chiuso nella propria immagine di pietra rosa… mi consola il pensiero che forse scriverà qualcosa su noi, credendo di immaginare un racconto, scriverà tutto questo sugli axolotl».
La narrazione porta con sé un messaggio, la responsabilità di un essere vivente che volge lo sguardo al suo cammino: il grande segno dello scrittore che confessa «scrivo per deriva, per dislocamento, scrivo da un interstizio».
In questo mondo dove domina il fantastico, Cortázar è un maestro efficace.
Sarà lo stesso Cortázar ad affermare che i suoi primi racconti erano stati scritti in modo quasi automatico, accettando l’impulso da un’idea o da una situazione e lasciando che la storia si organizzasse. La dimensione della sua scrittura comincia a prendere corpo e a gettare le basi di tutto ciò che, tempo dopo, sarà ampliato, plasmato e rigenerato con una metamorfosi globale del modo di “guardare” se stesso ed il mondo. Come dimenticare ciò che disse a proposito di molti racconti della sua prima raccolta “Bestiario”: «sono stati per me, me ne sono reso conto in seguito, auto terapie di tipo psicanalitico».
Cortázar è stato, senza dubbio, anche scrittore di grande intuizione, capace di scandagliare il suo mondo interiore, e non si deve dimenticare che, fin da bambino, “sempre affascinato dall’animale mitologico, dall’idea del mostro”, lesse la famosa enciclopedia per ragazzi Tesoro de la Juventud, che gli offrì una fonte dove attingere l’entusiasmo del fantastico e, inoltre, fu anche lo spunto per l’idea dei libri-almanacco come, ad esempio, Il giro del giorno in ottanta mondi” ed altri ancora, grazie anche alla presenza di testi e disegni, in una miscela che regalava la possibilità di espandere a tutti i livelli la profonda propensione all’immaginario, attraverso il recupero di ricordi, riflessioni, poesie, brevi racconti e appunti dal contenuto autobiografico che hanno contrassegnato il suo cammino artistico.
Inizia a scrivere i racconti senza conoscerne la fine. Alcuni racconti nascono da sogni, altri da incubi, altri ancora da uno stato di trance e lui stesso afferma: «Credo che più del venti per cento dei miei racconti siano nati da incubi».
Fin da bambino tutto ciò che era in relazione con un labirinto lo affascinava. Nei ricordi d’infanzia si vedeva scrivere col dito parole sul muro: «scrivevo parole e le vedevo prendere corpo nello spazio, parole che già da tempo erano parole magiche. Da quel momento ho cominciato a giocare con le parole, a slegarle sempre più dalla loro utilità pratica e iniziare a scoprire i palindromi».
La madre di Cortázar era assidua lettrice, dal feuilleton ai classici come Victor Hugo, e gli infonde questa passione, aiutandolo a scoprire la lettura e tutto ciò ha ampliato la sua immaginazione. Lui ricorderà: «Mi ha fatto entrare all’improvviso in quel mondo che non aveva più niente a che vedere con il piccolo universo di Banfield, a Buenos Aires, dove vivevo con la mia famiglia e i miei amici». Sua madre è quindi colei che l’ha iniziato, prima alla lettura e, poi, alla scrittura.
Le sue prime poesie sono versi d’amore scritti per una compagna di scuola. Legge Edgar Allan Poe, Edgar Wallace e i Dialoghi di Platone, tanto per citarne alcuni. Cortázar, in seguito, incrementerà i suoi interessi e le sue passioni, mettendo in evidenza la sua personalità poliedrica: si appassionerà alla musica jazz, suonerà la tromba e il sax, nonché inizierà a frequentare gli incontri di boxe.
Le numerose letture saranno insegnamenti importanti per la sua scrittura e lo aiuteranno nella ricchezza di linguaggio, nei procedimenti narrativi e nelle varie tematiche che affronterà: a volte, vengono ricordate come delle autentiche fulminazioni quando, durante una passeggiata, decide di entrare in una libreria e vede il libro Opium di Jean Cocteau, che rappresenterà per lui l’entrata nel mondo moderno: «Quel piccolo libro di Cocteau mi ha fatto immergere per la prima volta la testa non solo nella letteratura moderna, ma nel mondo moderno».
Nel suo percorso esistono tracce narrative di questo periodo della sua vita, così avido di conoscenza, tra realtà labirintica e finzione, ambiguità e mondo onirico, come a seguire il flusso di coscienza, quel fluttuare nei pensieri che invadevano la mente fino a dominarla: «La maggior parte dei miei racconti sono stati scritti al margine della mia volontà, al di sopra o al di sotto della mia coscienza raziocinante, come se io non fossi altro che un medium attraverso il quale passasse e si manifestasse una forza estranea».
E, aggiungerà ancora: «Quasi tutti i racconti che ho scritto appartengono al genere chiamato fantastico per mancanza di un termine migliore e si contrappongono a quel falso realismo che consiste nel credere che tutte le cose si possano descrivere e spiegare come dava per scontato l’ottimismo scientifico e filosofico del diciottesimo secolo».
Nella narrativa di Cortázar, in ogni caso, ritroviamo comunque delle costanti. In primo luogo, l’ossessione del tema del doppio che non deriva da una contaminazione letteraria relativa ad Edgar Allan Poe, ma è “un’esperienza psichica”: il tema del doppio è una costante nella sua opera e si può ritrovare anche in alcuni scritti che sono separati tra loro da molti anni. Ad esempio, nel racconto Un fiore giallo, il protagonista incontra «un bambino che è lui stesso in un altro periodo della sua vita».
In secondo luogo, altro tema che ritroviamo sovente è lo spazio chiuso o labirintico (che sia una stanza, una casa, una galleria, la metropolitana parigina, un labirinto o un acquario poco importa) all’interno del quale si manifesta la virtualità del fantastico: la limitante condizione non è negativa ma prodromo di una deflagrazione verso l’esterno con la fantasia che pare volare “oltre” ed il racconto stesso, molte volte, serve come esorcismo per lo stesso ideatore-autore-scrittore.
Cortázar, sovente, affermava di non voler dare spiegazioni al lettore, al massimo offrirà alcune informazioni sulla nascita di alcune idee, sul fatto esterno, sul sogno o l’incubo che hanno indotto a scrivere quel determinato racconto.
Altro segno distintivo della sua scrittura è il camaleontismo: e il suo essere un camaleonte lo condurrà ad essere viaggiatore sempre alla ricerca di nuovi stimoli, di una nuova pelle da far indossare ai suoi racconti che, in molti casi, sono onirici solo all’apparenza, ma profondamente e strettamente collegati ad una realtà vissuta in prima persona, nella propria mente, nel proprio modo di sentire il mondo circostante, di percepire le proprie emozioni e, non ultimo, con la grande capacità di far rivivere gli stati d’animo, le inquietudini e le contraddizioni del vivere.
La sua vita, infatti, sarà legata ad una condizione di nomadismo intellettuale, tanto caro al giorno d’oggi, ma assai difficile da sopportare negli anni in cui Cortázar deve vivere e scrivere. La difficile situazione vissuta in Argentina, la sua formazione culturale in una città come Buenos Aires e in una nazione che definirà «patria di culture in esilio», lo condurranno ad affermare: «Buenos Aires era una specie di castigo. Vivere lì era come stare in prigione».
D’altronde, proprio lui, dichiarava: «Si direbbe che sono nato per non accettare le cose così come mi sono date».


Cortázar nasce a Bruxelles il 26 agosto del 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, “prodotto della diplomazia” perché il padre, che era un diplomatico aggregato a una missione commerciale presso l’ambasciata argentina in Belgio, si era appena sposato e aveva portato con sé la moglie. Potrà tornare in Argentina con la sua famiglia quando avrà quattro anni: «parlavo soprattutto francese e mi restò il modo di pronunciare la “erre” di cui non ho mai potuto liberarmi», non a caso i compagni di scuola lo chiamavano “il francese”. Lui sarà allevato dalla madre insieme alla sorella perché il padre se ne andrà di casa quando lui è ancora piccolo: non dimenticherà e non vorrà più rivederlo nonostante i tentativi di riprendere i rapporti da parte del padre quando lui sarà già uno scrittore famoso.
Nel 1935, nonostante il buon esito degli studi nella Facoltà di lettere e filosofia all’Università di Buenos Aires, Cortázar accetta l’incarico di insegnante in una cittadina della provincia a causa delle precarie condizioni economiche della sua famiglia.
La sua vita è ritirata e completamente dedita allo studio e alla lettura. In questi anni inizia a leggere Sigmund Freud e pubblica la prima raccolta di poesie Presencia con lo pseudonimo di Julio Denis.
Insegna letteratura francese, ma si oppone al peronismo e rinuncia alla cattedra dell’Università a Mendoza. Nel 1946, tornato a Buenos Aires, inizia a lavorare come traduttore pubblico: «Avevo effettivamente un ufficio e ho tradotto la posta delle prostitute del porto che mi portavano le lettere dei loro marinai, inviate da tutti gli angoli del globo».
In questi anni scrive alcuni racconti che poi riunirà nella raccolta Bestiario, oltre a pubblicare numerose recensioni librarie sulla rivista Cabalgata. Sono gli anni in cui conduce una vita solitaria e indipendente, come uno scapolo irriducibile, con il suo ristretto numero di amicizie, ma anche “traduttore”, tra gli altri, de L’immoralista di André Gide e Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar; e poi, coltiverà ancor più la passione per la musica, il cinema e la lettura; era un “grande lettore” capace di leggere per giorni interi: in sintesi, “una vita egoisticamente solitaria e indipendente”.
Si rende conto che alcune cose che ha scritto, e ancora inedite, “erano buone”, così nel 1951, pubblica Bestiario e, proprio nello stesso anno, si stabilisce definitivamente a Parigi dopo il breve soggiorno di qualche anno prima grazie ad una borsa di studio del governo francese. Da quel momento inizia l’esilio a Parigi, che culminerà con la concessione della nazionalità francese. L’anno dopo inizia a lavorare come traduttore indipendente per l’Unesco e, nel giro di un anno, sposa Aurora Bernardez. In questo periodo inizia a tradurre i racconti e i saggi di Edgar Allan Poe.
Nel 1961 fa il suo primo viaggio a Cuba dove tornerà regolarmente e resterà sempre attento osservatore delle vicende del popolo cubano. Un anno dopo, pubblica Historias de cronopios y de famas e, poi, Rayuela.
Nel 1973 per pubblicizzare il Libro de Manuel, torna in Argentina ma viene dichiarato “indesiderabile”: il suo esilio diventa anche politico. Il libro ottiene il Prix Médicis e lui devolverà i diritti d’autore in favore dei prigionieri politici argentini.
In quegli anni viene osteggiato in Argentina dalla giunta militare del generale Videla.
Nel 1979, con grande entusiasmo, inizia un viaggio in Nicaragua per appoggiare la Rivoluzione Sandinista e, poi, con la nuova compagna Carol Dunlop è in viaggio a Panama. In questi anni saranno frequenti i viaggi a Cuba e in Nicaragua oltre a fornire il suo sostegno alla campagna internazionale a favore della rivoluzione nicaraguense.
Nel 1981 sarà Mitterand a concedere a Cortázar la nazionalità francese ma è proprio in questi anni che gli viene diagnosticata la leucemia. Nascerà l’idea di un viaggio Parigi-Marsiglia in trentatré giorni con Carol Dunlop, anche lei ammalata di leucemia. L’intenzione narrativa sarà di tenere un diario di viaggio e seguire alcune regole ben definite: nascerà Los autonautas de la cosmopista.
Purtroppo, Carol morirà nell’autunno dello stesso anno. Cortázar la seguirà un anno e mezzo dopo.


Nella narrativa di Julio Cortázar l’estraneità ed il senso di alterità sono fortemente avvertite. Nella sua visione sono proprio le fratture del mondo normale che permettono la possibilità di percepire dimensioni occulte ed ecco che le forme fantastiche aiutano a fondere la realtà labirintica e il mondo immaginifico.
«La genesi del racconto nasce da un repentino straniamento, da uno “spostarsi” che altera il regime normale della coscienza… Un racconto è significativo quando spezza i propri confini con quell’esplosione di energia spirituale che illumina qualcosa che va oltre il piccolo e miserabile aneddoto che narra»: esiste un ordine più segreto, fuori del tempo, un processo vertiginoso della psiche.
A volte, Cortázar pare quasi appartenere ad un ultra mondo: prima di tutto, se teniamo conto conto che è stato un solitario, che in vari periodi della sua vita si è rinchiuso nella lettura e nello studio come a voler accentuare la sua posizione “in questo mondo”.
Direi che Cortázar non si può definire né catalogare e credo che, forse, avrebbe accettato quella di narratore “immaginifico” o “fantasticatore”.
Al contrario, se si legge con attenzione ciò che ha scritto anche in alcuni interessanti saggi sulla nascita del racconto, si può ben vedere che Cortázar ha sempre mantenuto uno sguardo lucido sul reale, molto più lucido di altri scrittori: il suo impegno per un ideale sociale e politico è stato sempre un merito; la sua generosità non è mai venuta meno; il coraggio di mettere la sua faccia (a differenza di altri scrittori e poeti); la sua costante ricerca ed il suo vitale desiderio di scrivere qualcosa di nuovo, e di creare una nuova visione letteraria, lo hanno sempre contrassegnato.
Cortázar trasforma il mondo, rigenerando tutto ciò che osserva, alimentando la forza del sogno, operando mutamenti profondi tra gli oggetti, le situazioni e le dimensioni del vivere.
Tutto è possibile nel mondo di Cortázar e lui scrive, “nascendo” continuamente attraverso un’azione inesauribile: la sua scrittura fantastica consente sempre un nuovo inizio, un nuovo orizzonte.
In una conferenza a La Habana, nel novembre del 1962, parlando di “alcuni aspetti del racconto”, Cortázar , dopo aver ricordato come la sua opera, a causa dell’isolamento subito, non fosse conosciuta, affermava: «Io mi sento un po’ come un fantasma che viene a parlarvi senza quella relativa tranquillità che dà sempre il sapersi preceduto dal lavoro compiuto negli anni. E il fatto di sentirmi come un fantasma deve già essere percepibile in me, perché qualche giorno fa una signora argentina mi ha “assicurato”, all’Hotel Riviera, che io non ero Julio Cortázar, e di fronte al mio stupore ha aggiunto che l’autentico Julio Cortázar è un signore dai capelli bianchi, amicissimo di un suo parente, e che non si è mai mosso da Buenos Aires. Siccome io risiedo da dodici anni a Parigi, capirete come la mia qualità spettrale si sia notevolmente intensificata in seguito a questa rivelazione. Se sparisco di colpo nel mezzo di una frase, non mi sorprenderò troppo, e chissà che non ne guadagnamo tutti».
Quando non contano più il vero e il falso, quando si può accedere a una esistenza del tutto nuova o ci si può gettare in un’avventura cosmica, quando tutto è difficilmente immaginabile, l’ultima parola deve essere lasciata a Cortázar: «Stanco di stupirmi, volli sapere, immutabile e funesta fine di ogni avventura». Non credo esista migliore sigillo.

Massimo Barile




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