Patrizia Invernizzi Di Giorgio - Giorni incerti
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Poesia
15x21 - pp. 50 - Euro 8,00
ISBN 978-88-6587-1263

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In copertina: «Old Fashion Carousel at Sunset» © ETIEN – Fotolia.com


Pubblicazione realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori per il conseguimento del 1° posto nel concorso letterario M. Yourcenar 2010 sez. poesia


Presentazione

La poesia è la Formula Uno del linguaggio, unica voce senza tempo sapendo elevarsi al di sopra di esso e sopravvivergli. Ogni altro pur prezioso scritto o discorso legato al contingente, immerso nell’“odierno” e nei suoi soffi di vita fatalmente brevi, finisce precocemente rottamato nella discarica del silenzio.
Così, parola più parola meno (ma riproducendo fedelmente il concetto) si è espresso Luigi Cerantola, uno tra i più autorevoli drammaturghi contemporanei, docente a Tokyo, in un recente colloquio ai margini del Premio biennale di poesia dedicato a Diego Valeri promosso dalla città di Piove di Sacco.
Poesia: eterno incanto di parole come gocce d’acqua che riescono non di rado a suggerirti estensivamente sconfinati oceani, se appena appena ne diventi ascoltatore complice e pure un po’ amante. Parole come gocce che ti consentono di intuire paesaggi dell’anima prima inimmaginati pur rimanendo sospese nella loro liquida bolla delicata e sottile. Se vuoi, ancora, un mucchietto di parole messe in fila abilmente per evocarti visioni interiori fascinose senza disvelarne i contorni. Perchè questi li vorrai scoprire tu in un approccio intimo, magari più volte ripetuto.

Patrizia Invernizzi Di Giorgio conosce bene questa magia da quando è entrata nel novero delle vestali della Musa poetica caricandosi di un fardello letterario e spirituale gratificante quanto esigente. Essa entra ora come vincitrice del primo Premio nella Antologia Marguerite Jourcenar 2010 con la composizione “Bianca danza”, inserita nel volume intitolato “Giorni incerti”. Un seguito corposo di altre due raccolte distanti pochi lustri “Inversione di rotta” e “Pavimento di stelle”.
Forse, una introduzione appropriata a quest’ultimo lavoro percorre due linee affiancate. La prima: ci si imbatte nei nuovi versi di Patrizia, ritrovando – nel profondo della sua poetica- alcuni essenziali caratteri di sempre. Nella varietà degli spunti di vita la coerenza è un pregio, non certo un limite. Si era scritto delle sue precedenti opere: “Mentre sembra affondare nell’amaro, in un punto critico in cui il sole dello spirito si scolora e non resta che l’attesa del tramonto, proprio a quel punto scatta quasi sempre, nelle composizioni della Invernizzi Di Giorgio, un fremito d’ali, un sorriso di compassione un cenno a volgersi verso la luce…”. Ecco, pure in “Giorni incerti”, emerge il doppio volto “sconforto/speranza, dolore/ritorno alla serenità”, quasi respiri liberatori in situazioni complesse.

La seconda linea è una rivelazione nuova. Va ascritta soprattutto ad un linguaggio già efficace e adesso sempre più raffinato, penetrante dell’autrice, esatto contrario della leziosità e invece esatta identificazione con la maturità di pensiero e il gusto di “servire” la parola, senza tuttavia “servirsene”.
Una nota di novità contenutistica tuttavia si impone. Riguarda una più marcata sensibilità verso le situazioni di lampante ingiustizia sociale nei degradati tempi attuali. I “Giorni incerti”, che appunto hanno suggerito il titolo della raccolta, sono poeticamente ma severamente motivati. In alcuni versi, ti colpiscono parole, certo più fulminanti di quelle grigie dei saggi eruditi, sugli squilibri tra i potenti e gli emarginati nell’epoca in cui sono stati globalizzati soprattutto gli egoismi. “Gli imbonitori – scrive Patrizia – dicono che tutti possiamo salire sull’albero della cuccagna, ma c’è chi parte dalla nuda terra e chi dai rami frondosi”. E più avanti: “Tutto dipende da te, volere è potere…si divertono a gonfiarti di illusioni, ma c’è chi tra le mani ha stretto ben poco, parla solo lo slang e conosce si e no mille parole, per la Bocconi tre lingue sono poche…” C’è compassione per le folle di coloro “che non possono” e condanna irrevocabile per i farisei del potere.

Verrebbe, in conclusione, una gran voglia di esemplificare ulteriormente. Ma la misura è d’obbligo dentro lo spazio di una nota introduttiva. C’è, complessivamente, una poesia sicuramente salita di quota e una arricchita sensibilità culturale. Lo dice a chiare lettere una brevissima composizione titolata “Mattino d’inverno”: “Cuore freddo, pensieri gelati, finestra sul giardino d’inverno, una rosa tardiva sullo stelo esile viva come il cuore di un pettirosso scalda la mia giornata”.
I pensieri di ghiaccio si sciolgono grazie alla visione di una rosa che vive fuori stagione e sembra palpitare come il cuore di un uccellino simbolo della tenerezza.

Angelo Augello


Giorni incerti


IL MESTIERE DI VIVERE

Così raro è il tempo dell’Eterno,
oppressi dal mestiere di vivere
ci curiamo di conservare
il presente,
paventando un futuro
troppo incerto,
eppure un tempo, nell’anima
si celava un firmamento
e i sentimenti si plasmavano
come molle creta,
ora come cani da usta
fiutiamo ciò che permette
di non vacillare,
inseguiamo il risparmio,
unica meschina bandiera.
L’homo oeconomicus
ha smarrito la strada,
procede a tentoni
fra spettrali inquietudini,
immemore di possedere
una scintilla divina.


IL SENS0 DELLA VITA

Il senso della vita
è un tenero germoglio
da curare,
a volte appare luminoso
come un’intuizione felice,
a volte nubi minacciose
lo oscurano,
allora si va lentamente
alla deriva, con le vele stremate
il cuore diventato muto,
mute anche le stelle.
Siamo qui per trovare direzione
altrimenti, come edere impazzite,
ci aggrappiamo all’inutile vuoto.


FUNAMBOLI

In quest’autunno
la città è in uniforme grigia
e il livido del cielo
è fin troppo accessibile,
l’asfalto è una palude
di pozzanghere
e le case, una disarmonia
di intonaci corrosi.
Mi opprimono
i corpi gravati
dai pesi quotidiani,
da lontananze imposte,
il grigiore dei volti,
consumati dall’abitudine,
dove lo sforzo di vivere
disegna smorfie strane,
gli sguardi, spenti
di ogni desiderio.
Solo un timido fuoco
accenna a resistere,
la ricerca di un senso
al viaggio dei pellegrini,
al filo della vita,
che le ferite non
hanno mai spezzato,
siamo funamboli
sopra l’abisso della disperazione
o forse della rinascita.


FINESTRE CHIUSE

Vedo trascinarsi il mio cuore
per la casa
su gambe malferme,
fra livide pareti
e muri che trasudano ricordi,
forza non ho
per spalancare le finestre,
cacciare i neri corvi,
che di notte abitano il mio corpo
e lasciar entrare la vita,
con la furia di un cavallo selvaggio
e la voce squillante di un bambino,
si arrende invece il sole
ai vetri grigi di polvere
e, senza linfa vitale,
anch’io sbiadisco
e perdo consistenza.


MATTINO D’INVERNO

Cuore freddo, pensieri gelati,
finestra sul giardino d’inverno,
una rosa tardiva sullo stelo esile,
viva come il cuore di un pettirosso,
scalda la mia giornata.


FUNEBRE POLKA

Troppe bocche voraci
hanno svuotato gli occhi della gente,
pallidi come gusci di ostrica,
senza tracce di sole.

La pelle avvizzita
aderisce arida al corpo,
grucce sbiadite
trasportano simulacri di vita,
imbellettati senza pudore
per la festa
che non verrà.

E’ che si è perso molto
anche il buon profumo di casa,
l’odore sano di sé.

Tra parole svuotate e rituali danzati
col passo di una funebre polka,
si va estranei a sé stessi
in un viaggio insensato,
senza partenza né arrivo.


GIORNI INCERTI

Viviamo in un tempo
di paure,
che soffocano il cuore
in un groviglio di serpi

Procediamo cauti,
incapaci di spremere
il succoso frutto dei giorni

Si accumulano nubi
all’orizzonte
e sorrisi sempre più incerti
rischiarano esistenze
consunte

L’aria è greve,
di una torbida calma
apparente,
come prima dell’uragano

Senza più nulla chiederci
ci guardiamo senza vederci,
gli sguardi opachi, rassegnati
dei vitelli che attendono
il macello


DI NUOVO

Stavo diventando uno stagno
immobile, rassegnata
a giorni sempre uguali,
senza slanci né palpiti,
ma ho visto i fragili petali
degli ireos
fremere alla brezza.

Giacevo sotto la cappa
dello smog cittadino,
privata anche del cielo,
ma improvviso s’è aperto
uno squarcio di azzurro,
così puro,
da fare del mio cuore
un aquilone.

Non avevo più musica,
solo il brusio delle frequenze radio,
il rombo delle auto,
le intermittenze, i tonfi, i sussulti,
ma oggi, sul ramo più quieto
dell’albero, un usignolo,
solo per me, ha cantato.


IL VIAGGIO

Navigo tra relitti abbandonati,
parti di me e degli altri,
il mare è un lago d’inchiostro
senza vita

Dal viaggio non traggo
alcun piacere,
l’unica musica è il tonfo
cadenzato dei remi

Risuonano nell’aria
incomprensibili parole,
livide minacce di temporali

Ignota è la destinazione,
scarse le provviste,
il marinaio guarda fisso
nel vuoto,
anche la luna
si è celata allo sguardo

Nel fondo dell’abisso,
dove non filtra luce,
i pirati hanno sepolto
il tesoro, inutile cercarlo

Eppure andiamo
senza bandiera,
con le vele ammainate,
non c’è un alito di vento,
solo la cieca forza
della perseveranza,
perché anche
l’immaginazione è cieca

Sull’acqua lividi bagliori,
come lame d’acciaio,
segnalano la sinistra
compagnia degli squali

All’orizzonte cielo e terra
si fondono in un lungo
abbraccio di morte

Sommersi dai ricordi,
senza nemmeno
un pallido futuro,
disperati continuiamo
a mantenere la rotta


ACHERONTE

Siamo sulle rive dell’Acheronte,
come se dovessimo traghettare,
invece sostiamo tra i vapori dell’inferno
arrabattandoci a vivere.
Ciò che più pesa è non vedere luce
e intorno a noi facce ingrugnate
e maschere ingessate dai ruoli,
potrebbero cadere
e mostrare un vuoto insopportabile.
Ci specchiamo negli altri, senza consolarci,
cerchiamo compagni di un viaggio disperato,
simile ad un’attesa senza fine,
anche gli abiti sono stracci,
di lusso magari, ma stracci.
Vorremmo pregare
non importa chi, qualcuno
che si prenda cura di noi e delle pene.
Vorremmo sciogliere la lingua
raggrumata in frasi consuete,
gelide, senza canto
e tirar fuori i desideri
che dormono nel fondo dei calzini,
vorremmo che qualcuno
scoprisse la nostra umanità
e la traghettasse ben oltre l’Ade
nel campo degli asfodeli,
dove tutto, anche il profumo dei fiori
è luce eterna.


NOTTI DI LUNA

Ancora qui a chiedermi chi sono!
E’ crollato il castello delle fiabe
e dentro un vortice oscuro
sparisce ogni certezza.

Dentro di me
ospito molte anime,
ma più di tutto temo la miseria,
che trasforma la vita
in una lotta fra bestie.

Sono tornata un lupo solitario
che spia il mondo
dietro le sue macerie
e teme il suo destino,

ma nelle notti di luna
sogno che una ruvida mano
mi strappi dal cuore la tristezza
e torni quello sguardo innocente,
che ad ogni alba
si stupiva d’esistere.


LA PAZIENZA

L’aria è satura di pesanti attese,
che ne sarà della terra
e delle sue ricchezze
che l’uomo ha sperperato?
Degli alberi che ignari
si agitano nel vento,
del mare che incurante
non smette di lambire
le spiagge
e della pioggia che torna
a rinfrescare le gole arse
da infiniti desideri?
Nulla è paziente come la vita,
nulla così naturalmente ostinato,
il bagliore di una semplice favilla
riaccende il fuoco
che si credeva spento.

[Continua]


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