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Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore
«Nel cuore dell’Universo, nella luce infinita, nella pura verità dell’Amore»

(Articolo di Massimo Barile – Rivista Il Club degli autori 196-197-198 Anno 18 – Novembre 2009)


Per tutta la nostra vita non siamo che alla ricerca di una illuminazione, di una luce che emani così immensa energia da condurre in una dimensione spirituale, in una visione dove non esiste sostanza ma l’Invisibile.
Il silenzio di alcuni luoghi, l’avventura nel mondo conosciuto e il periplo nel complesso e segreto cosmo interiore, le numerose vicende della vita e le inebrianti manifestazioni dell’Amore, non sono altro che le “occasioni” messe a disposizione da questo ciclo di vita, per avvicinarsi alla meta, alla Luce Creatrice.
Quasi mettersi in viaggio per scandagliare le zone più profonde, lambire l’essenza che compone il nostro nucleo, la nostra sostanza, il centro dove persiste l’equilibrio vitale.
Non è un caso che molti saggi ritornino nel luogo in cui sono nati, dove sentono le loro profonde radici, nella loro terra, nel luogo dell’anima, del loro Essere: il giardino dove passeggiavano, la vecchia casa come uno scrigno memoriale, il profumo di quel luogo unico che pervade ogni fibra, che ricrea nella mente le immagini e le emozioni.
Ripudiare le proprie radici allontana dall’equilibrio interiore: riconoscere la propria oasi mentale, custodire il rifugio della mente, significa salvarsi dal naufragio nel tempo che divora ogni cosa.
Molte visioni si susseguono nella mente. Si possono sognare le lontane stagioni quando il sole infuocava il nostro cuore, quando il profumo del mare si insediava dentro di noi e i nostri occhi vedevano ciò che non era visibile: la voglia insopprimibile di liberarsi nell’aria, di liquefarsi nel sole, di sciogliersi nell’acqua e ritornare agli elementi naturali. Nel lungo e faticoso viaggio verso la propria casa mentale, fare i conti con il destino che è stato inflitto, a Tagore come a tutti noi, strappando quel sottile filo che ci tiene incatenati alla nostra materia. Nei gesti di una mano, nella dolcezza di parole offerte come dono, nelle poesie fissate nel tempo del dolore e del pianto, nel giorno e nella notte, sognando un mondo senza sofferenza, nell’ultimo istante senza fine, tutto può essere estasi e caduta abissale.
La prima volta che lessi le poesie di Tagore mi venne in mente questo racconto zen. Un giovane monaco si recò dal maestro per studiare sotto la sua guida. Quando arrivò da lui, dichiarò: «Sono giunto qui per cercare la verità; da dove devo incominciare per entrare nello zen?». Il maestro domandò: «Senti il mormorio del torrente di montagna?», «Sì, maestro, lo sento» rispose il giovane. «Allora, entra da lì” fu la risposta del maestro.
In un istante mi resi conto che, «per quanto grandi possano essere la nostra conoscenza e la nostra comprensione concettuale, di fronte all’esperienza reale esse sono come fiocchi di neve su un fuoco». Era un semplice invito a “guardare”, a risvegliare il proprio sé.

L’esistenza può condurre la mente al di là, oltre la vita stessa, nel rumore dell’acqua che scorre veloce, nel vento violento, nell’imbrunire nella foresta, nei giardini fioriti come a seguire il “vento e le nuvole”, le stelle che stanno in cielo e le impronte che stanno in terra. E gli occhi del poeta sono “pieni di desiderio”, sfidano l’acqua scura, la pioggia del monsone, i sentieri sinuosi e le inevitabili sofferenze della vita.
E non importa fare lunghi viaggi in luoghi sconosciuti o paesi lontani ma occorre guardare il mondo con occhi nuovi perché l’unico vero viaggio che conduce alla scoperta e alla conoscenza è dentro se stessi. Tutto è lì, davanti a noi, deve solo essere osservato, colto nella sua meraviglia: «Per molti giorni, per molte miglia,/ con molte spese, per molti paesi,/ sono andato a vedere i monti,/ sono andato a vedere il mare./ Ma a due passi da casa,/ quando ho aperto gli occhi,/ non ho visto/ una goccia di rugiada/ sopra una spiga di grano».
Si devono aprire le porte della conoscenza, dell’infinita dolcezza della vita, occorre guardarsi intorno con gli occhi dell’anima, cogliere il “dolce ricordo” dei fiori nel proprio giardino, la gioia nel cuore: un raggio d’oro può illuminare il cammino «entra nel giardino della tua vita/ nel sentiero fiorito dei tuoi giorni/ dove la musica può nascere/ dalla loro profondità…».
Il canto lirico di Tagore ritrova così “schiere di loto” in Stormi nel cielo: «I miei canti sono schiere di loto/ dove sono nati/ non sono rimasti./ Sono senza radici,/ ma hanno foglie e fiori./ Con la gioia della luce/ danzano sulle onde delle acque./ Sono senza casa e senza raccolto,/ come ospiti sconosciuti/ s’ignora quando arrivano»; si alimenta “l’infinita gioia” che si può nascondere nelle “prime verdi gemme dei cedri in fiore”; il dolce profumo dell’henna e il cielo azzurro intenso; il “velo color zafferano che inebria gli occhi”, i “rami di mirtilli che tremano” e l’energia universale che tutto muove.
E il suo cuore vibra nella luce del mattino che inonda la vista, nella “luce d’oro che danza sulle foglie”, nella luce della vita che dispiega l’incanto dell’essere viventi, nella fiamma ardente che allontana dagli abissi di tenebre, nel calore che fa “bruciare il cuore”: le parole nascono da verità profondamente sentite, il fiume della ragione mai smarrisce il suo corso e segue fedelmente l’idea che «non si deve mai perdere di vista il vero essere, fondamentale è vedere chi veramente si è».
Sentire “in ogni luogo”, vedere “in ogni cosa”. Questo ci ricorda continuamente Tagore.
L’uomo, il poeta, il saggio Tagore contempla e alimenta una fusione con gli elementi naturali, le visioni si fanno vive come fosse davanti al divino, riportano all’Armonia universale da adorare con semplicità e bontà d’animo: ecco il miracolo della vita, la forza dei sentimenti, la meraviglia del seme che germoglia e l’inebriarsi per tutto ciò che ci circonda.
La ricerca dell’Armonia è nelle mani dell’Uomo, è sufficiente desiderarla, coglierla nell’amore, nel profondo del cuore, nei paesaggi della natura che irrompe davanti ai nostri occhi, nei gesti e nelle semplici cose quotidiane della vita stessa.
Ecco allora che “nell’acqua d’uno stagno” o nel “vagare nella terra delle meraviglie”, nel semplice “fiore che sboccia” e “nel sentiero tortuoso” che conduce al simbolico fiume, il poeta contempla, innumerevoli volte, tutto ciò che viene offerto, all’ombra d’un albero o “alla luce di marzo”: la semplicità delle visioni riempie il cuore e il canto della terra fa risuonare la verità fino a scrivere «attraverso la mia porta/ davanti agli occhi/ ho visto mille volte/ l’universo eterno».
Tutto si fonde nel canto della vita. La parola di Tagore è la testimonianza della costante contemplazione, una poesia della natura, un percorso nei luoghi dell’anima, nelle “ali della morte”, nella percezione del divino, nei “fogli strappati della vita”, nelle immagini del paesaggio bengalese, nel cammino che conduce alla vera essenza della vita.
Fin dall’infanzia Tagore è affascinato «dalle più lontane profondità del cielo/ tutto pervaso dallo splendore del sole…», dagli alberi del giardino, dalla catena dell’Himalaya, dal parco della villa sul Gange del fratello, dalla “verde primavera” e dalle “nuvole nel cielo infinito”: la sua verità poetica sarà «le mie canzoni sono una sola cosa/ col mio amore, come l’acqua che mormora/ con le sue onde, le sue correnti».
E proprio sulle onde dell’oceano della gioia, fluttua la poesia del poeta, come a seguire con pacati gesti il lento fluire dell’acqua che asseconda le anse del fiume, il paesaggio della sua terra, il Bengala, colto nei cieli stellati e nei tramonti dorati, le passeggiate nei giardini verdeggianti, tra profumi di fiori e atmosfere d’incanto nella luce spirituale.
La Gioia del verde davanti alle meraviglie del mondo, è la stupefacente bellezza che avvolge e ispira, è la musica nella vita, la luce del mattino, il dolce succo vitale, il silenzioso mistero dell’amore.
Quando sbocciano i fiori profumatissimi di mahua, quando l’aria intiepidisce al profumo dei bakulas, Tagore osserva, al di sopra, il cielo del Bengala pieno di luce mentre la brezza accarezza il viso, “sente” sotto di sé, la terra verde e il mormorio dell’acqua del fiume che lambisce l’Uomo.
Cantando con il padre le Upanishad, le preghiere dei libri Vedici, il poeta «tiene il cuore in silenzio come un fiore/ veglia i sogni come fa la luna crescente» e scrive, in “Stormi nel cielo”, «il mio cuore s’innalza in cielo/ vuole fiorire come l’aurora»… perché «il cuore ha cercato di vedere/ quello che nella gioia e nelle pene/ a più riprese lo ha reso perfetto».
E tutto si miscela, gli antichi canti Vaisnava di musicisti poeti, la poesia d’un baul poeta pellegrino d’antica tradizione indiana, le visioni e le percezioni d’un saggio poeta.
L’amore dell’uomo per l’uomo che segue la propria coscienza, la carità e la tolleranza, la comprensione spirituale e la legge divina che governa il mondo «mi sono meravigliato della semplicità/ di questo grande mondo intorno a me/ della disinvoltura tenera e familiare/ con la quale il mio cuore scopre/ l’Eterno Straniero» e ancora, in Ali della morte «sono solo un poeta…/vedo quest’Universo nella sua interezza/ nei cieli un milione di stelle testimoniano/ la sua bellezza suprema…/ Nel cielo/ vedo la grande rilucente Rosa/ schiusa, petalo a petalo».
Nei Ricordi Tagore rivive la “luce autunnale”, camminando su e giù lungo la veranda, scrivendo poesie che accompagnano il desiderio di “far disegni”, sovente rimasti nella mente senza “tracciare nemmeno una linea”, mentre “l’oro fuso di quella luce” fa maturare la poesia come il “grano per il contadino” e la gioia si diffonde nel “gioco delle nuvole” e l’amarezza non è che “un soffio nell’azzurro cielo”. E, infine, tutto passa attraverso lo sguardo d’un dorato filtro: «Ora le mie poesie sono arrivate alle porte degli uomini: qui è permesso quell’andare e venire senza scopo; ci sono porte dopo porte e stanze dopo stanze. Quante volte dobbiamo tornare, con il solo bagliore di luce intravisto da una finestra?… La mente ha da fare con un’altra mente, la volontà deve venire a condizione con un’altra volontà, attraverso tanti ostacoli intricati, prima d’arrivare al momento del dare e dell’avere. La ragione di vita, che da quegli ostacoli irrompe con violenza, spruzza e spumeggia in riso e lacrime, danza e rotea rapidamente, in turbini dai quali non si può avere un’idea definita del suo corso».
Eppure «il tempo passa/ tu continui a versare/ e c’è ancora spazio da riempire»: c’è il profumo della vita, il gioco delle rivelazioni e dei misteri, l’amore semplice come un canto, nessuna ombra dietro l’incanto nelle calde ore del meriggio.
V’è sempre il tempo per il viaggio, attraverso i segni profondi della vita, perché dalla “ricerca complessa nasce la semplicità d’una melodia” fino a giungere al “santuario della nostra coscienza”, al tempio dove la terra, il sole, l’acqua, il cielo, il vento, tutto ciò che si vede, si vive, si ama, formano il fragile vaso da riempire di nuova vita.
La bellezza del Creato, così come i misteriosi angoli della propria stanza, fino all’orlo dell’eternità, conducono alla profonda pienezza, quasi una “dolce carezza universale”, un dolcissimo miele nascosto nei giorni della vita, nel teatro multiforme dell’esistenza: frugando e tastando il mondo appare il “significato delle cose”, la volontà di costruire la propria vita in modo semplice, il desiderio di riunire, sotto il grande cielo, ciò che è stato sparso in mille meraviglie.
Nelle stagioni che avanzano, nei nuovi scenari e profumi che, inevitabilmente, si alternano.
Tagore, il poeta, il mistico e il profeta, il saggio in fluenti vesti, l’uomo che nel profondo del suo cuore è rimasto il figlio dei Saggi dell’antica India che recitavano «il mondo è nato dalla grande gioia/ il mondo è conservato dalla grande gioia/ e nella grande gioia entriamo dopo la morte».
Nella luce che svanisce, nell’ultima luce del tramonto… sempre riesce a sentire la gioia che riempie la terra e mai può “lasciare che il tempo passi invano”.
Tagore ricorderà: «Fin dall’infanzia ero stato dotato di una viva sensibilità che faceva vibrare la mia mente all’unisono con il mondo circostante – quello delle cose e quello degli uomini. Presso la nostra casa tenevamo un piccolo giardino: per me era un luogo fatato, ove i miracoli della bellezza erano evento abituale. Quasi ogni giorno quando albeggiava saltavo giù dal letto in gran fretta per rendere un saluto al primo raggio che filtrava tra gli ondeggianti rami delle palme del giardino, mentre l’erba brillava di rugiada al brivido della brezza mattutina».
Eppure la sua vita sarà contrassegnata dal dolore. Il dolore accompagnerà Tagore, ne sentirà la stretta lancinante e, in pochi anni, vedrà morire prima la moglie, poi una delle tre figlie, poi il figlio più piccolo, nonché il padre. Tagore infonderà tutto se stesso nell’arte e scriverà poesie che renderanno pienamente l’urto della morte: «C’è un poeta/ nel cuore dell’Universo!/Descrive sempre/ la bellezza dei fiori/cancella spesso/le insoddisfazioni dell’uomo/ma non riesce a far tacere mai/il grido di dolore”, e ancora, “Il dolore che ho dimenticato/nell’animo sta bruciando/nelle oscure/spiagge dei sogni” e, infine, ancor più tristemente “Il dolore è come una notte/nella stagione della pioggia:/piove continuamente, senza interruzione./ La gioia è come il lampo, messaggero di breve sorriso».
E poi, vi sarà quella che Tagore chiamerà la “visione”, la religione dell’Uomo: «Io avevo sofferto dolori che avevano lasciato in ricordo una lunga scia fiammeggiante attraverso i miei giorni, ma ora sentivo che con essi mi ero prestato a un’opera di creazione che eccedeva i miei limiti personali, così come le stelle, individualmente splendendo, tutte insieme rischiaravano la storia universale. Avvertivo con grande gioia che nella mia vita era subentrato un senso di distacco, dovuto all’idea del mistero di un incontro a due che si realizzava in un sodalizio creativo. E compresi di aver finalmente trovato la mia religione, la religione dell’Uomo, in cui l’infinito si definisce in termini umani, e ci diventa prossimo, quasi bisognoso del nostro amore e del nostro sostegno».
Tutto ciò non basterà per distogliere la mente da ciò che riteneva essenziale per la sua vita «perché il fiore regna tra le spine/in tutto il suo splendore» e l’uomo Tagore porta con sé un ideale di saggezza, una voce interiore consapevole della necessità d’un rinnovamento spirituale nella terra in cui è nato come quando, ne La Religione dell’Uomo, ricorderà ciò che scriveva un antico poeta: «L’illusione degli uomini di trovare la gioia in questa vuota esistenza, somiglia a quella dei bambini che credono di poppare il latte materno mentre si succhiano il dito».
Fino a quarant’anni Tagore sarà completamente assorbito dalla poesia e dall’impegno letterario ma, ad un certo punto, sentirà il bisogno di impegnarsi per l’istruzione dei bambini, di offrire un sistema educativo differente da quello vigente che non teneva in considerazione l’accrescimento spirituale ed artistico: «L’istruzione più elevata è quella che non ci dà soltanto delle nozioni, ma sviluppa la nostra vita nell’armonia con la totalità dell’essere». Tagore fonderà una scuola pedagogica a Santiniketan che diventerà l’Università internazionale Vishva-Bharati, (Vishva in Sanscrito significa Universo e Bharati significa Saggezza) il cui obbiettivo sarà “bussare alle porte della mente” e nella quale «gli uomini si riuniscono per il supremo fine della vita, nella pace della natura, dove la vita non è solo meditativa, ma alacre in tutte le proprie attività… dove l’alba e il tramonto e la silente gloria delle stelle non sono quotidianamente ignorati… dove la natura nel rigoglio dei suoi fiori e dei suoi frutti è sentita in letizia dall’uomo; e dove il vecchio e il giovane, il maestro e lo scolaro siedono alla stessa tavola per dividere il cibo quotidiano, il cibo della loro vita quotidiana». Il motto che Tagore sceglierà per la sua Università sarà il versetto sanscrito: «Yatra Visvam bhavaty eka-nidam» (Là dove tutto il mondo si unisce in un nido).
Le sue parole saranno pervase da un senso di carità e tolleranza, coltivate giorno dopo giorno, nell’infinita bellezza del mondo visto con gli occhi di un uomo che riesce a percepire l’invisibile, l’essenza stessa d’ogni visione spirituale, il Dono dell’Amore.
Le poesie di Tagore sono luce che illumina nel magico scenario della terra, nel senso della Natura, nel «sottile grido d’un falco volante nel sole di un torrido meriggio indiano» che mandava un segnale al ragazzo solitario che era il giovane Tagore: il segnale di una «distante affinità che non aveva bisogno di parole».
E Tagore scriverà: «All’inizio qualcuno potrà negare la verità del fatto che una rosa dia maggiore soddisfazione di una moneta d’oro. Ma in seguito dovrà ammetterla se parliamo di valori naturali ed immediati». Ecco allora l’ultima visione: «Se dovessimo attraversare un deserto di sabbie aurifere, il crudele scintillio di quelle morte pagliuzze diventerebbe una persecuzione, mentre la vista di una rosa sarebbe per noi una musica di paradiso».
Il crudele scintillio del vile metallo o il nostro cuore che ha luce divina: «Se sei murato in te è solo notte. Apri gli occhi, e fuori di te troverai luce infinita».

Massimo Barile


Rabindranath Tagore (noto anche con il nome di Gurudev) è il nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur. Nato a Calcutta, 6 maggio 1861, da una ricca famiglia di intellettuali (il padre era filosofo), comincia a comporre poesie all’età di otto anni e, crescendo, la passione di scrittore e poeta si sviluppa in lui sempre più. Nel 1877, viene mandato a studiare Diritto nel Regno Unito dal padre e rientra in India nel 1880.
La sua straordinaria creatività artistica lo indirizza anche verso la musica, la danza e la pittura, e grazie alla sua visione filosofico-religiosa, nel tempo diviene molto noto e apprezzato in tutto il mondo.
Tagore si proponeva di conciliare e integrare Oriente ed Occidente: un’opera difficile, cui però egli era preparato dall’esempio del nonno che, nel 1928, aveva fondato il “Sodalizio dei credenti in Dio”, integrando il monoteismo cristiano ed il politeismo induista. Nel 1901 crea a Santiniketan (che significa: asilo di pace) presso Bolpur, a 100 chilometri da Calcutta, una scuola dove attuare concretamente i propri ideali pedagogici: impartire lezioni agli alunni all’aperto e a contatto con la natura, in forma di conversazione fra allievi e maestri, miscelando filosofie orientali e occidentali. Il pensiero religioso-filosofico alla base dell’opera di Tagore è espresso soprattutto in “Sadhana”, in cui raccoglie una scelta delle conferenze tenute nella sua scuola di Santiniketan. Il suo pensiero si fonda su un panteismo mistico partendo dalla contemplazione della natura, nella quale Tagore vede in ogni sua manifestazione la permanenza immutabile di Dio e quindi l’identità tra l’assoluto e il particolare, tra l’essenza di ogni uomo e quella dell’universo. È stato uno dei maggiori maestri nel XX secolo a cercare il significato dell’esistenza nella riconciliazione con l’universale e con l’essere supremo che percorre tutta la filosofia indiana. Tagore è stato tradotto in tutte le lingue europee ed è uno degli autori di origini bengalesi più noto in Occidente. Il pensiero di Tagore esercita un così enorme fascino sul mondo occidentale, che nel 1913 arriva a premiarlo con il prestigioso Premio Nobel per la letteratura e lui devolve la somma del premio a favore della scuola di Santiniketan, ed è proprio lì che muore il 7 agosto 1941, lasciando dietro di sé la divulgazione del suo pensiero, l’attività politica e la sua immensa produzione artistica.



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