Sogni e ricordi nella memoria del maiale di Perondo

di

Rolando Guerriero


Rolando Guerriero - Sogni e ricordi nella memoria del maiale di Perondo
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 236 - Euro 14,00
ISBN 979-1259510808

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In copertina: fotografia dell’autore


Pubblicazione realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori in quanto l’opera è finalista nel concorso letterario «J. Prévert» 2021


Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono immaginari. Qualsiasi rassomiglianza o riferimento con persone, cose, fatti o località realmente esistenti o esistiti, è puramente casuale.


Corrado, settantenne docente universitario, erra alla ricerca della memoria perduta in un misterioso incidente. Sogni, visioni, ricordi si accavallano nella sua mente in ordine confuso, impedendogli di distinguere la realtà dalla fantasia. Sullo sfondo storico-pittoresco del sud della Francia avvenimenti fortuiti lo portano a incrociare la vita di decine di persone che in qualche modo lo ricollegano alla amata sorella di cui ha perso le tracce.
Con l’aiuto di un vecchio psicanalista armeno cerca di ricostruire gli avvenimenti della sua vita e comprendere le ragioni che lo hanno portato ad allontanarsi dalla sorella e a cancellare i ricordi della madre. Non sembrano aiutarlo né le sedute psicoanalitiche, né il recupero di un vecchio diario tenuto durante il passaggio del fronte, quando, separato da entrambe, cresceva tra mezzadri e partigiani nei boschi di Volterra, affidato al nonno, già infermiere del manicomio di quella città.
Rivelazioni drammatiche scaturiscono da una impietosa indagine dello psicanalista: le radici delle sue turbe, sepolte nel subconscio, riemergono prepotentemente e rischiano di travolgerlo nuovamente. La mano beffarda del Destino sembra accanirsi contro di lui, ostacolandone le ricerche. La Verità tuttavia non può restare sepolta: quando i giochi sembrano essersi drammaticamente conclusi, in maniera inattesa, grazie alla flebile voce degli ultimi, essa torna alla luce.


Sogni e ricordi nella memoria del maiale di Perondo


Capitolo I


L’incredibile sosia

Corrado aveva delle difficoltà a sistemare i diversi riquadri del poster che aveva portato a quel convegno. Essi erano di varia grandezza e forma ed aveva pensato di collocarli sul supporto, facendoli aderire mediante delle cimici. Arrivando a Budapest aveva trovato che le regole erano cambiate: era escluso l’uso di spilli o cimici, mentre era permesso solo l’uso del nastro gommato bi-adesivo. Doveva quindi arrangiarsi preparando da sé, sul posto, i pezzi di nastro adesivo della lunghezza giusta, incollarli sul retro delle foto o dei riquadri e poi, premendo questi sul tabellone, assicurarsi che i vari pezzi venissero ben allineati tra loro. Non era mai stato bravo in questo genere di operazioni, né aveva una buona manualità. Inoltre l’età e il sovrappeso gli rendevano difficile le operazioni di salire e scendere da scalette e panchetti, specialmente per raccogliere da terra, gli oggetti fortuitamente caduti.
Malgrado la posizione accademica raggiunta, non poteva permettersi, a differenza di tanti altri colleghi, un o una assistente che lo aiutasse in quelle operazioni in cui si rendeva necessaria una certa agilità. Come ad esempio quell’odioso professore rumeno che con tanta sicumera controllava l’operato della sua giovane assistente, intenta ad appendere il poster proprio di fronte a lui.
Udiva le loro voci, ma non ne vedeva le facce. I pannelli di legno, appesi a delle strutture metalliche, permettevano di vedere solo la parte terminale delle gambe della coppia. Non capiva la lingua nella quale parlavano, ma capiva che l’anziano professore era molto irritato. Forse rimproverava aspramente la ragazza, che invece, con una voce dolcissima, rispondeva tranquillamente come se cercasse di giustificare qualcosa.
Dopo un po’ se ne andarono e Corrado tornò ad occuparsi dell’altro poster che doveva sistemare sui pannelli predisposti.
All’improvviso sentì alle sue spalle una voce, quella voce, che lo interrogava in francese: “Est ce que je peux vous aider?”
Per un attimo entrò in uno stato di confusione. Quel timbro di voce in quella lingua che conosceva bene gli fece credere per un tempo brevissimo di essere ritornato indietro, molto indietro, nel tempo.
“Préférez-vous travailler tout seul?”
Aveva quasi paura di voltarsi indietro. Non perché si trovava in piedi su di uno sgabello piuttosto instabile, ma perché voleva ancora godere di quella illusione di aver fatto un salto indietro di oltre venti anni. Era impossibile che dietro di lui, con quella voce gentile e sensuale ci fosse Rossana, sua sorella, con cui molti anni prima aveva spartito lunghi periodi difficili e dolorosi. Aveva proprio quel tono di voce, quando parlava in francese, lingua che conosceva bene!
Si volse lentamente e prudentemente. Dietro di lui stava una figurina slanciata, elegante, avvolta in un soprabito scuro, con un caschetto di capelli biondi, con una zazzerina che nascondeva la alta fronte e giungeva fin sopra un paio di sorridenti occhi verdi.
Era troppo per il povero professore. Non riusciva a capire come fosse possibile che si trovasse in quel momento di fronte l’immagine della ventenne Rossana (così come la aveva conosciuta oltre 25 anni prima) oppure una persona in carne ed ossa. Stessa voce, stessa altezza, stessa taglia, stessi capelli, occhi, sorriso e poi quell’inconfondibile naso un po’ troppo aquilino, ma che esternava perfettamente il carattere fermo e risoluto della sua amata sorella.
Riuscì a farfugliare soltanto: “Rossana?!?”, mentre scendeva pesantemente dal panchetto di legno.
“Oui, je m’appelle Roxane! Et vous êtes le Professeur Corradi, sans doute!”
Al poveretto era venuto un improvviso giramento di testa. Si guardava attorno cercando di capire se era lui fuori posto oppure la giovane Roxane. Quello era il salone della esposizione dei poster, dunque erano al Congresso internazionale di Budapest nel 1985, quelli appesi erano i poster che illustravano le ricerche che aveva fatto negli ultimi cinque anni. Chi era fuori posto era quella figura che gli stava di fronte sorridente e che si era probabilmente accorta del suo imbarazzo e che ora, sorridendo, gli stava tendendo la piccola mano bianca.
“Roxane!” ripeté estasiato, mentre stringeva la mano della fanciulla, accertandosi che quella non era una immagine virtuale (quella che i giovani chiamano avatar), bensì una persona concreta in carne ed ossa.
Era davvero una persona reale, ma non poteva essere Rossana, tanto più che non lo aveva riconosciuto, non lo aveva chiamato col suo nome di battesimo. Ma d’altra parte, egli si chiedeva, come avrebbe potuto riconoscere in quel tappetto, mezzo calvo, con tanto di pancetta e rigidità delle giunture, il fratello perso di vista molti anni prima? Quanto era cambiata la sua fisionomia nel frattempo? Non credeva poi molto! La solita faccia facciosa, da luna piena, gli occhietti miopi, semi-nascosti da un paio di occhialetti scuri. I capelli è vero erano brizzolati, portati indietro scoprivano la fronte, bombata come la pancia di un’anfora, ma permettevano di mascherare la lunga cicatrice sulla testa. Le folte e lunghe sopracciglia nere ne ringiovanivano il volto, facendo l’effetto di un paio di baffi alla Clark Gable. Gli era accaduto di imbattersi in persone che lo avevano subito riconosciuto, mentre egli si affannava inutilmente a cercare di ricordare il loro nome o la loro fisionomia. Non riusciva a pescare dal pozzo dei suoi ricordi.
Ecco questo era uno di quei momenti in cui la sua mente non riusciva a collocare bene nello spazio e nel tempo i ricordi. I professoroni che lo avevano preso in cura dopo quel dannato incidente, gli avevano raccomandato di evitare queste situazioni di stress. La memoria sarebbe ritornata, poco a poco, dicevano. I diversi tasselli sarebbero andati a posto da sé, senza sforzo. Era stato troppo grave lo choc che aveva avuto dopo l’incidente aereo. Per il momento si doveva contentare di quel che riusciva a strappare alle nebbie della memoria e soprattutto fingere di ricordare, in modo che gli altri scoprissero le loro carte, colmando i vuoti e collegando tra loro episodi e sentimenti che affioravano qua e là. Forse era anche per questo atteggiamento di difesa ostinata che gli studenti lo chiamavano Scoglio.
La conversazione continuò in francese, ma ora Corradi, da buon osservatore, si stava accorgendo che c’erano alcune piccole differenze tra il ricordo dell’altra Rossana (che in un lampo gli era riapparsa nella memoria) e quella Roxane che gli stava davanti. I capelli poi erano di un biondo più dorato, non tendente al castano, come li aveva una volta. Ma si sa che è così facile tingersi i capelli, dando loro la sfumatura che si preferisce! E mancavano poi sul volto, vicino al naso quelle efelidi così caratteristiche. E a ben guardare anche le labbra erano diverse, meno taglienti. Ma soprattutto notò da alcune piccole indecisioni nel lessico e nella pronuncia, che evidenziavano come la giovane, pur essendo molto padrona della lingua, non fosse in realtà di madrelingua francese. Non c’era stato nessun salto spazio temporale. Questa Roxane non poteva essere l’altra, forse una sosia quasi perfetta, molto somigliante!
Ripensandoci bene Corrado si ricordò che in quei primi momenti di confusione la ragazza nel parlargli aveva sempre usato il voi. Provò a costringere la mente ad un facilissimo calcolo matematico: aveva perso di vista Rossana da circa venti anni. Questa ragazzina quanti anni aveva?
“Come ha fatto a riconoscermi?” chiese un po’ per nascondere il suo imbarazzo, un po’ per cercare di capire il mistero di quella incredibile somiglianza.
“Dal nome degli autori dei posters!” rispose tranquillamente la fanciulla.
Elementare, vi erano altri nomi tra gli autori, ma il solo maschile era il suo.
“Il suo cognome è forse… Massena?” chiese (quel cognome gli era venuto sulle labbra improvvisamente, senza sforzo), andando disperatamente alla ricerca di una qualche parentela.
“No! Perché? Io mi chiamo Roxane Romanescu! Conosco tutti i suoi lavori su questo argomento, anche quelli scritti in italiano. Anch’io lavoro nel settore della bioclimatologia… Sto imparando la vostra bella lingua, a poco, a poco. Spero di poter venire in Italia per lavorare con voi ed imparare meglio l’italiano.”
Nel dire queste parole la biondina si era avvicinata al povero Corrado al punto che questi credette che le due protuberanze che gonfiavano la maglietta di lana, arrivassero quasi ad urtarlo. La fanciulla lo fissava attentamente negli occhi, mentre diceva in tono quasi supplice: “Mi faccia venire in Italia. È così difficile lavorare da noi in Romania.”
Corrado si era appena risvegliato dal suo impossibile sogno, ma non aveva ancora ripreso il suo sangue freddo. Dunque si trattava soltanto di una assurda somiglianza. Questa fanciulla, nata a circa 1800 Km dalla Provenza, somigliava al 90%, voce, statura, forme, colore occhi e capelli, ad una ragazza vissuta oltre 25 anni prima. Scherzi del caso o della genetica. Forse entrambe le famiglie delle due ragazze discendevano da antenati comuni romani o bizantini. Non doveva dimenticarlo!
Una voce aspra e tagliente di un uomo lo strappò di colpo da quelle considerazioni. Un giovane con i capelli corvini, le lunghe basette, in giacca e cravatta, gli stava parlando in inglese, irritato e stupito del suo silenzio. Ma l’irritazione del suo interlocutore era più che altro rivolta a Roxane. Diceva che era vergognoso che le ricercatrici più qualificate dell’Est cercassero in tutti i modi, leciti ed illeciti, di abbandonare il loro Paese per andare nei Paesi capitalistici occidentali. Pur di raggiungere i loro obiettivi seducevano anche i vecchi professori mezzi rimbecilliti, attirate dai dollari, dalle auto fuoriserie, dai vestiti di moda. Lui conosceva bene queste storie: dopo un primo momento di illusoria ricchezza, le poverette si trovavano in mezzo ad una strada, costrette ad accettare i lavori più umili e degradanti per campare, senza poter contare su uno stipendio piccolo, ma sicuro, quale quello che avevano in Romania.
“Non si è accorto, lei, che dicono un professore famoso, di trovarsi di fronte ad una povera pazza? Perché la dottoressa Romanescu, che si vanta di essere una esperta mondiale di meteorologia informatizzata, è caduta in una grave forma di depressione, non svolge adesso alcuna attività, ma è fuggita da una clinica specializzata in cura delle malattie nervose. Lei si sta approfittando di una povera malata.
La ragazza, divenuta di fuoco, reagì violentemente, dicendo che tutto ciò non era vero, che lei andava in cerca della libertà e che era stata rinchiusa in una clinica psichiatrica contro la sua volontà, ma per motivi politici.
Ci mancava solo quella sbenzinata per mandare nel pallone il povero Corrado: gli mancò per un attimo il fiato, si sentì stringere alla gola, le tempie presero a martellare violentemente come tamburi, istintivamente portò la mano nel punto del cuoio capelluto in cui sapeva che avevano praticato l’operazione che gli aveva salvato la vita. Risentì d’improvviso un tanfo di medicinali, disinfettanti, mescolato a un acuto odore di nafta, che gli procurarono un forte senso di nausea.
C’era da aspettarselo, anche se ormai era passato molto tempo. In quel momento tutto si confuse: il ricordo della Rossana, il luogo dove la aveva conosciuta, l’ordine temporale, la presenza della ricercatrice rumena… Subito dopo tuttavia reagì da pari suo, vale a dire da professore ordinario, tirando fuori tutti le asperità sommerse dello Scoglio. Imprecando ingiunse al rumeno di lasciare in pace lui e la ragazza. Avanzò il sospetto che lui, perfetto sconosciuto, fosse o un innamorato geloso oppure un agente della polizia segreta rumena. Che si levasse di torno, altrimenti lo avrebbe fatto richiamare dagli organizzatori ungheresi, quale disturbatore dei lavori. Poi, approfittando di un momento di distrazione del rumeno, porse a Roxane il suo biglietto da visita, suggerendole di scrivergli con calma, illustrando la sua situazione e le sue necessità.

[continua]


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