Versi militari silenti fortezze

di

Sergio Benedetto Sabetta


Sergio Benedetto Sabetta - Versi militari silenti fortezze
Collana "I Gigli" - I libri di Poesia
14x20,5 - pp. 64 - Euro 9,50
ISBN 9791259512215

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in copertina: «Esercitazione NATO 11-80 Passo Mauri» fotografia dell’autore


A Bruno Sabadini, CC ad Ancona, mio padrino di battesimo, morto in un incidente sul lavoro nel novembre 1957, anno della mia nascita avvenuta nel giugno 1957.


Prefazione

Sergio Benedetto Sabetta propone una silloge di poesie strettamente collegate alle personali esperienze militari e di alcuni membri della sua famiglia che hanno partecipato alle varie guerre, che diventano il nucleo pulsante d’una visione poetica riconducibile ad un periodo esistenziale che mai dimenticherà.
Tali esperienze sono riconducibili al suo periodo di addestramento alla Scuola Allievi Ufficiali e Sottufficiali d’Artiglieria di Foligno come Sottotenente, negli anni 1980-1981, poi, nel I Gruppo Artiglieria Pesante “Adige”, nella III Brigata Missili “Aquileia” e nel V Corpo d’Armata ad Elvas.
Durante le esercitazioni tra la Val d’Agide e la Valle Pusteria tornano alla mente le “memorie di sacrifici” e le sofferenze di alcuni componenti della sua famiglia che avevano percorso gli stessi territori ed avevano combattuto proprio dove ora si trovava a svolgere il servizio militare.
Ecco allora che tali stati d’animo si miscelano con le lunghe attese, con le permanenze in luoghi freddi ed isolati, il silenzioso lento andare delle colonne militari e le veglie d’armi, le continue esercitazioni, i treni delle tradotte ed i mezzi militari impantanati nel fango o bloccati dal ghiaccio.
Inevitabilmente alcuni riferimenti riconducono al periodo della Guerra Fredda ed alle continue esercitazioni, agli allarmi NATO, alle guardie estenuanti e alle attese stremanti, ma proprio in quelle attese si alimentano e si miscelano i sogni ed i desideri di un uomo, le sue speranze e le passioni, le tristezze e le malinconie, le tensioni e le ansie profonde per il proprio destino.
Alcune poesie sono pervase delle atmosfere brumose tipiche d’un campo di esercitazioni militari e si avverte quasi l’odore acre dei gas di scarico dei camion: la stessa visione lirica è imbevuta di tali evidenze quotidiane e d’un lento “disperdersi di parole e gesti”, quasi amalgamata alle continue percezioni che nascono da un “rosario di sentimenti”.
I protagonisti sono i soldati di un esercito cha ha fatto i conti con le tensioni profonde d’un periodo difficile e tormentato, quando si temeva l’invasione dall’Est, una possibile ingerenza sovietica che avrebbe destabilizzato gli equilibri dell’Europa, e anche quando il senso di responsabilità obbligava a tener fede all’esperienza della vita militare che era obbligatoria, pur sapendo che lo sforzo profuso sarebbe servito a ben poco.
Durante il processo lirico domina un sentimento di solitaria malinconia che ammanta il pensiero nel vortice del tempo, nelle infinite attese, tra le montagne immerse nella luce invernale, tra il ghiaccio ed i dirupi, tra gli affanni e il freddo intenso, nei gesti quotidiani e negli ordini degli Ufficiali che si disperdono tra acri fumi ed il rombo dei motori dei mezzi militari: a volte, i soldati sembrano “ombre” che si aggirano tra gli abeti e le brume mattutine con il pensiero rivolto all’incerto futuro.
Nella silloge di poesie lo sguardo di Sergio Benedetto Sabetta coglie e fissa le vicende e le molteplici emozioni dell’esperienza militare che ha vissuto che si miscela e plasma con le “lontane memorie” di alcuni membri della sua famiglia e di tutti i soldati che hanno combattuto le varie guerre, grazie ad un sommesso recupero memoriale e un susseguirsi di stati d’animo, d’intense atmosfere e profonde suggestioni che creano una visione poetica autentica e pulsante.

Massimiliano Del Duca


PREMESSA

Il ’900 è il Secolo breve iniziato con la Grande Guerra e finito con il crollo del Muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia, passando per la Seconda Guerra Mondiale e la successiva Guerra Fredda.
Un secolo fondato sul carbone e sull’acciaio, sulla distruzione e la ricostruzione, su lutti, gioie, speranze, rimpianti e lunghe attese.
Anche durante il Quarantennio della Guerra Fredda, nel contrapporsi in Europa degli schieramenti lungo la Cortina di Ferro, in una apparente immobilità, continua preparazione e reciproca osservazione tra NATO e Patto di Varsavia, si fissa in Occidente e in Italia una stagione di terrorismo, tentativi di golpe e conflitti sociali che gli storici e i teorici militari hanno definito come una guerra a bassa intensità.
In questo scenario mi ritrovai, uscito dopo sei mesi di addestramento e oltre cinquanta esami teorico-pratici dalla Scuola Allievi Ufficiali e Sottufficiali d’Artiglieria (SAUSA) di Foligno con il brevetto di S. Tenente, a servire negli anni 1980/81 nel I Gruppo Artiglieria Pesante “Adige”, III Brigata Missili “Aquileia” (NATO) – 5° Corpo d’Armata ad Elvas (Brixen-Bozen).
Nelle ripetute esercitazioni tra la Valle dell’Adige, la Valle Pusteria, il Cadore, il Tagliamento e l’Isonzo, percorsi i territori della Grande Guerra dove i miei nonni avevano combattuto inquadrati come artiglieri e bersaglieri, un ciclo che si chiudeva, passando idealmente per il fronte greco-albanese nel 1940/41 di mio padre Donato e del fratello gemello Eugenio.
Vi era una continua attesa e i giorni si consumavano tra esercitazioni, servizi, appelli e contrappelli, nelle libere uscite con una popolazione di lingua tedesca diffidente, nella ricerca di cabine telefoniche per “sentire casa” e nella speranza di una licenza breve di 48/72 ore.
Al caldo estivo nella solitudine dell’altipiano all’ombra del massiccio della Plose, succedeva nell’inverno il freddo vento del Nord, il suo ululare tra abetaie e cascate di ghiaccio, il freddo delle altane e il silenzio della notte su lontani scenari fiabeschi di luci nella valle e il brillare delle bianche creste dei monti, mentre si sentiva talvolta il fruscio e i versi delle volpi e dei camosci.
L’attesa, la solitudine, le continue esercitazioni tra valli e monti, guardando i passi alpini e quella che fu definita la “soglia di Gorizia” nell’aspettare tra un allarme e l’altro l’ipotetico affacciarsi al limitare dell’armata dei Tartari con i loro 2000 blindati, rendeva il tutto assomigliante al “Deserto dei Tartari” come i continui fonogrammi d’allerta per possibili atti terroristici, scene di una guerra a bassa intensità dove il “dovere” prevaleva, senza ricompense, sui “diritti”.
Sergio Benedetto Sabetta, Memorie dalla SAUSA, www.istitutodelnastroazzurro.org
Sergio Benedetto Sabetta, I Gruppo Artiglieria Pesante “Adige” – Brigata Missili “Aquileia”, www.istitutodelna
stroazzurro.org
Sergio Benedetto Sabetta, Ricordi di caserma “Ruazzi” di Elvas Brixen, www.istitutodelnastroazzurro.org

Sergio Benedetto Sabetta


Versi militari silenti fortezze


ALBEGGIARE

Si spezza il ghiaccio sotto l’anfibio,
montagne immerse nella fredda luce
di un incipiente inverno,
cumuli di scure verze
ai lati del sentiero,
piccole impronte di zoccoli,
Bambi sulla neve.

Lenta si risveglia la valle, squilli,
sul piazzale si schierano i reparti,
mimetiche nelle gelide folate di vento,
voci dai monti.


ORME

Orme sulla neve,
susseguirsi di segni sul candore,
farina sparsa sulla via
sollevata in nuvole,
dispersa tra aghi di pino
su frasche e pastrani,
misteriosi, lontani sguardi ci osservano
nel nostro incedere,
sommessi, secchi ordini,
seduti su tronchi e rocce
si aspetta…, brontoli,
densi fumi, acri odori,
circospette avanzano grigio-verdi ombre,
lenta segue una rada colonna,
si ferma, saluti, battute,
il rancio…!


ISONZO
NATO – Novembre 1980
(I GR.A.PE. – III Br. Missili “Aquileia”)

Sprofondati tra bianche ghiaie e
rivoli ghiacciati si aspetta,
susseguirsi di ordini, messaggi,
lontani accadimenti a noi ignoti.

Destini sconosciuti sul ripetersi
dei quotidiani gesti, gioie e affanni,
stretti tra misteriose mani,
neri corvi volteggiano, messaggeri.

Gracida la radio:
Vomere 1 a Vomere 2,
nel segreto alfabeto vi è il nostro
e il loro segreto destino.


TRASPARENTE CRISTALLO
(Elvas)

Trasparente cristallo ghiacciato,
ricoperto da un bianco manto,
riflessi di cime, freddi azzurri.

Lontano rimbomba il tuono,
memorie di sacrifici, sofferenze,
dolori, solitarie malinconie
nello sguardo sull’ampia,
profonda valle.

Rimbalza il piccone
nel crepitare del ghiaccio, carraie,
valico per storie di acciai,
rombare di fumi, mentre scendono
dai dirupi soffusi, chiari batuffoli di gas.


TORNERÒ!
ATTESE
(Valle Pusteria)

Si osserva dall’alto nella sera avanzante,
mille luci nella valle…
nel rosso delle taglienti vette.

Il ghiaccio riflette il bianco pallore
di una immensa sovrastante luna,
il freddo ti avvolge in una indefinita attesa,
nel sommesso rombo dei motori,
ombre si aggirano tra il profilo degli abeti,
domani all’albeggiare…
si vedrà!


ONDIVAGO ANDARE
(Colonna)

Nell’ondivago andare tra
brune mattutine e soleggiate albe,
vi è un volteggiare di cicogne,
corteggiamenti tra
rami di pino e tetti d’ardesia,
antichi riti, sacri nel loro ripetersi,
sigilli su promesse inespresse
dall’eterno ciclo, speranze,
desiderio di un futuro.

Si lancia l’animo nella pianura,
carica di Balaklava tra
strepiti, urla e scoppi,
dove la gloria sostituisce
nella memoria la ragione,
necessità dell’essere oltre il momento,
il dolore quale stupore
in una eterna memoria.


FALANGE DI CANNE
(Marce)

Nell’andare dell’anima una falange di canne
ondeggianti al vento ferma lo sguardo,
sprofonda il pensiero nel vortice del tempo,
rigettato nei ricordi dal bruno bronzo degli opliti,
antichi rintocchi fusi nel freddo dell’aria.

Si avanza lenti nel passo,
sotto l’impassibile sguardo del cielo
in un incerto futuro confuso da
innumerevoli suoni e sfavillanti luci,
nella inespressa volontà di non vedersi.

Ma nell’atto, involontaria causalità di effetti,
vi sono i frutti del solco del vomere,
volontà di esistere,
speranza, dono degli Dei.

[continua]


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