Opere di

Verdiana Maggiorelli


PRESENZA

Hai lasciato qui le tue lane, amico
il tuo tabacco, i tuoi zigomi
e quella parte di te
ch’empie un secchio bucato
per spegnere l’incendio
del tuo sangue stupito.
Devo fare la valigia, amico
ma la tua voce ambrata
sarà colonna sonora
dei miei passi in Oriente,
i tuoi occhi il mio sguardo
scialle il tuo sorriso.

Scotta sempre la terra, laggiù
scotta e brucia l’assenza
ma tu ed io sappiamo
concentrare la mente
sulla frescura del cielo
dove amare è lasciarsi soli
con tutto quel che è nostro.
E’ il buffo incanto
di due giardini comunicanti
dove pianterò champa e cardamomo
al mio ritorno.


ASSENZA INGIUSTIFICATA

Non ho memoria
d’una presenza certa
di mio padre e mia madre.
I loro occhi vedo
lasciarmi indietro
per cercare
due perfetti genitori
da emulare.
Nell’attesa cincischio
un fagottino di mancanza atroce.
Vorrei chiamarli
ma non ho voce.


NOTTE DI GALLURA

E’ in questa notte di Gallura e vento
che cerco disperatamente di capire
che non esisto e nulla esiste
di ciò che abbracciano i miei occhi.
Tutto è maya? Il nulla come un prato
dove il gesto fiorisce senza sforzo?

Ride come un bambino il Dalai Lama
zigomi occhi sopracciglia in fuga
libro aperto posato tra i miei stracci
– Non con la mente, non con il desiderio di capire! –
Forse verrà il giorno del risveglio, ma per ora
è Hank Chinaski che mi porto a letto
l’urlo delle sue mani, il puzzo del suo fiato
la sua innocenza di bestia massacrata.

Forse scoprirò nuovi mandala
sulle piastrelle dei suoi cessi
ma l’amore, l’amor!
per me non sarà essenza
ma mancanza.


MALEDUCATO AMOR

Chi siede accanto a me
sulla poltrona rossa numerata
a seminare spilli, cocci e disappunto?
E lasciami godere lo spettacolo
d’ una donna rapita dalla tua follia!
It’s wonderful, it’s wonderful, oh yeee.

E adesso voltati, come sai fare tu.
Vessami mucho amor, brucia il menu
di tutti gli stereotipi educati
poetici struggenti sdolcinati
dell’amor sacro e dell’amor profano.

Metti in scena il tuo corpo e il pentagramma
della tua voce bruna che s’inarca
nega, disprezza, s’accanisce
ma con il fuoco della sua energia
urla sei mia, sei mia, sei mia.


CANTO DI UNA ZANZARA SPIACCICATA

Zanzara spiaccicata sul vetro
inchiodo cielo azzurro e rami
forse anemoni, nasturzi, tulipani maschi
inneggianti al buon vento.
Ma dietro gli occhi le tue gambe occhieggiano
divaricate sul sedile dell’auto
e mi sturbano ancora, lo confesso
quei pilastri d’impudicizia ignara
tappezzata di jeans.

Sposto la leva del cambio sulla quinta
bevo una pinta di nonchalanche
sbavata di rossetto, m’accendo un bidi
dèvio sul ciddì.
Vasco urla io no, io no, io no
non ti dimenticherò. Lo copro
con il mio canto a squarciagola
mentre dal finestrino scorre
il paesaggio incongruo
del nostro sbandamento.
Acqua in curva, tempeste di non detti
pioggia d’accuse, gatti fradici sui tetti.

Eppure
spuntavano le fragole ogni tanto
gelsi sugosi rubati all’arciprete
nomignoli, peluche da vergognarsi.
Sai che ti dico? Non era così male
bagnarsi.


PREGHIERA AGNOSTICA

Schioda le mani da quell’orrenda croce
povero Cristo che ti porti addosso
l’invenzione perversa del peccato.

Metti i piedi sull’erba, anch’essa è dio
e dio è pure l’albero di Giuda
e quella donna nuda che ti muove incontro.
Prega con le sue carni e il suo profumo
ché far l’amore è infanzia, Uno, redenzione.

Rifiuta il ruolo, Cristo generoso
lordato dagli inganni delle chiese.
Prega per dire terra, casa, cuore, firmamento…
Getta le religioni in pasto al vento.


BUCO NERO

Festa di campane in paese
trabocchi di bancarelle e festoni
vestiti nuovi, bomboloni.
– Che piacere! Come andiamo?
No, i ragazzi sono al mare
La Gianna? Si sposa in settembre. –
Cammino in diagonale
dietro un sipario di lenti scure
e guidarmi tra la folla
senza dare nell’occhio
è sforzo immane.

Vorrei cadere in ginocchio sull’asfalto
tendere la mano per pochi spiccioli
di ottusità felice
– Sono malata di solitudine, gente!
Portatemi nell’ospedale delle vostre certezze. –

Comprerò un quotidiano di sinistra
ordinerò un caffé al bar sulla piazza
accenderò una sigaretta sul baratro
e aspetterò – pazientemente –
che scenda la neve.


IL TEMPO BACIA I ROSPI

Chi l’avrebbe mai detto? T’ho lasciato
su un campo di battaglia e di furori
ma il tempo bacia i rospi e li trasforma
lasciando labbra rosse di ricordi.

Sputo i noccioli, conservo la tua polpa
solo tratti lucenti e qualche spezia
sciolta nell’acqua del mio specchio.
Bevo la tua immagine detersa
v’immergo il mio sorriso – sì, t’ ho amato
quasi fossi tutti gli uomini in uno
ma neonato.


COME UN SETACCIO

Come un setaccio
a maglie troppo grandi
per trattenere alcunché:
qualche grumo d’infanzia
una casa viola, un ruscello
un groviglio di amori senza carni
una lucciola di figlio
che appare e scompare.

Forse il destino cancella
solo ciò che non è più necessario.
Dovrei essergli grata, eppure
non mi va proprio di non ricordare
il titolo di quel film, ma sì, di quel regista…
con quell’attore famosissimo che…
girato a… Non importa.

Domani pare che pioverà.


SEGRETAMENTE V’IMPLORO

Segretamente v’imploro
non tagliatemi i capelli
non tingetemi le unghie
non vestitemi all’ultima moda.
La mia testa ha bisogno
di scìe luminose
le mie unghie
di graffiare la terra
il mio corpo di danzare
fuori dal tempo.
Lasciatemi essere
essenza.



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