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In corso di definizione
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Pubblicazione realizzata dal Club degli autori quale premio, in quanto autore 1° classificato nella sezione narrativa del Concorso Città di Melegnano 2024
Tre racconti. Tre vite in bilico.
Un filo invisibile le unisce:
la ricerca di un posto nel mondo.
Una bambina appena nata accende nei
suoi giovani genitori il coraggio di guardarsi
dentro e scegliere chi essere davvero.
Un’amicizia tra adulti scivola sul confine
sottile tra ironia e desiderio, dove ogni
gesto può ferire o salvare.
Un professore smarrito riscopre il senso
del silenzio e della parola grazie a una classe
che, senza saperlo, lo sta aspettando.
In corso di definizione è una raccolta che
dà voce a chi si sente «a metà strada,»
ma non si arrende. Una scrittura che tocca
le corde profonde dell’esistenza con
delicatezza, verità e una sorprendente
leggerezza.
Prefazione
David, io e il comune corso di studi.
Il dialogo e il confronto sulle tematiche e i contenuti ogni volta affrontati.
La nascita di un’amicizia e il suo valore.
Una telefonata.
Una domanda.
Una scelta.
Ci sono diverse motivazioni per cui ho accolto la sfida di scrivere la presentazione di questo libro che raccoglie tre racconti. La prima è che tutti e tre sono racconti di vita. La seconda è che in ognuno di essi ho riconosciuto o incontrato parti di me. La terza perché essi offrono un punto di vista diverso per ogni situazione. La quarta perché ritengo di avere una relazione karmica con l’autore. E la quinta, non ultima, ma qui mi fermo, perché ogni finale, che sembra rimanere aperto, porta in sé l’unica costante della vita: il cambiamento.
Questo ambizioso tentativo, da parte mia, si muove nel cercare di esporre la luce che questi racconti svelano per la cura e premura descrittiva delle situazioni come disegni appena tracciati, contesti appena sfiorati, accadimenti appena accennati. Sospensioni che in realtà regalano un’immagine lucida, un bagliore nitido e una penombra che non si fa mai notte.
Contesti di una quotidianità disarmante, intrecci di esistenze tanto reali e vere che, se anche “In corso di definizione”, rimangono ben illustrate nella loro essenza. Mentre ne “L’errore ben stirato” ritrovano le pieghe e le piaghe di relazioni sgualcite e, anche se non dimenticate, rimaste e restate là, nel deposito dell’illusorio timore dell’autenticità di sé e diventano occasioni di rivisitazione e di accesso alla parte più intima ed interiore del proprio essere. Come “La voce del silenzio condiviso”, in cui la pioggia leggera, fine e penetrante sembra lavare ogni indugio all’alternarsi della gioia e della noia nella dinamica relazionale che caratterizza ogni situazione di apprendimento. E lo rende vivo. Poiché condiviso? Poiché sentito! In quello spazio interno, profondo e segreto di ciascuno di noi.
Ecco perché i racconti di David si fanno stelle che si alzano danzando e prolungano l’attimo del sentire. Ciascuno di noi si fa co-protagonista della narrazione, respiro nel respiro, parola nella parola, silenzio e pausa, attore e spettatore nell’incedere dei passi lungo il cammino della storia. La propria storia. La propria storia interconnessa alla storia degli altri. Fattori imprescindibili di moltiplicazioni vitali che si integrano in un insieme il cui valore si innalza poiché soltanto nel consapevole principio dell’unità possiamo renderci conto di non aver vissuto invano. Ecco perché i racconti di David si fanno frecce di vittoria. Vittoria come risposta di assunzione di un atteggiamento aperto verso la vita, come nutrimento alla fame di esplorazione di sé. Che non significa sempre cogliere o capire, ma lasciare che ogni realtà esista, nel farla accadere. Semplicemente. Nel viverla in quel silenzio anche assordante che lentamente riordina gli accordi e li tramuta in musica. E, nei racconti di David, ho intravisto il fil rouge del cambiamento. La trasformazione interiore, certa e ineluttabile, quanto misteriosamente silente, fino alla sua manifestazione. Il cambiamento quale esserci nel qui e ora grazie all’assunzione di responsabilità della propria vita, nelle tappe di un cammino tra passato presente e futuro, consapevoli di abitare in una rete di relazioni. Cambiamento del proprio pensiero, nella coscienza della totale interdipendenza tra tutti i fenomeni della vita e della realtà. Il primo passo motivante verso ogni dialogo creativo e costruttivo nel tentativo di dire, fare, pensare e narrare, come ha fatto David, in direzione della costruzione di valore. Sempre.
Paola Camiciotti
In corso di definizione
L’errore ben stirato
Ernesto, ormai, ci aveva fatto l’abitudine: era diventato il supplente affettivo, il fidanzato ombra, l’accompagnatore d’emergenza che si materializzava puntuale ogni volta che una delle sue vecchie amiche d’infanzia riceveva un invito e il proprio partner – reale, immaginario o appena evaporato – risultava assente giustificato. Era l’uomo giusto al momento sbagliato, con il sorriso pronto, l’ironia di chi sa stare un passo indietro senza sfigurare e l’eleganza distratta di chi non si prende troppo sul serio.
Quella sera, toccava a Giuseppa. O meglio, Giusy – come amava farsi chiamare da quando, a diciassette anni, aveva deciso che il suo nome anagrafico suonava come un’imprecazione fuori moda.
Giusy era la sua vicina di casa, ma definirla così era un’ingiustizia semantica. Più che una semplice presenza sul pianerottolo, era un’apparizione quotidiana, un miraggio domestico.
Aveva l’incedere di chi ha fatto pace con il proprio corpo e lo porta in giro come un vestito cucito dal vento. Alta, sottile, con lo sguardo tagliente e un gusto impeccabile, faceva sembrare anche la raccolta differenziata un gesto da copertina.
Contrariamente al suo nome, che evocava dialetto, grembiuli e marmellate fatte in casa, Giusy era tutta un’altra sinfonia: spigoli ben disegnati, frasi asciutte, profumo di bergamotto e labbra che sembravano sempre sul punto di raccontarti un segreto.
Quella sera, quando bussò alla porta con un sorriso inclinato e un vestito color rame che sembrava rubato al tramonto, Ernesto non chiese nulla. Prese la giacca, controllò se aveva le chiavi in tasca e si mise in scia. Perché con Giusy non si facevano domande. Si seguiva la corrente.
E lui, di quella corrente, si era ormai fatto complice silenzioso.
Appena varcarono la soglia della terrazza, Ernesto si sentì attraversare da un incanto improvviso: la natura gli si dispiegava davanti con la grazia di un respiro antico, come un racconto sussurrato dal vento. I giganti si levavano dal suolo come guardiani dell’antico mondo, in lontananza, incastonati tra colline vellutate, e il cielo, acceso dai riflessi del tramonto, sembrava una pittura sospesa tra l’attesa e la meraviglia.
Giusy entrò come chi ha appena ricevuto un applauso che solo lei può sentire. Il suo passo era lieve ma deciso, come quello di una funambola che non teme il vuoto sotto i piedi. Un’onda di sguardi le si riversò addosso con l’urgenza di chi cerca un punto fermo in mezzo all’inutilità del buffet. Alcuni erano sorpresi, altri palesemente invidiosi. Uno – quello di Ernesto – semplicemente incantato.
Lei si voltò con un gesto lento, quasi cinematografico, e gli lanciò un sorriso di quelli che sembrano nati apposta per smentire il grigiore della vita. Poi si avvicinò appena, come per raccontargli un segreto che avrebbe potuto cambiare il corso della serata.
«Sai… siamo qui anche perché volevo chiederti una cosa.»
Si interruppe un attimo, come se volesse scegliere con cura le parole, o solo allungare la magia del momento. «Domani verresti con me a un matrimonio? Una mia collega. Niente di che, ma… sai com’è.»
Lo disse come si chiede a qualcuno di tenerti la mano durante una passeggiata tra sconosciuti: con grazia e un pizzico di quella vulnerabilità che rende speciali anche le richieste più semplici.
Ernesto annuì, accennando un sorriso storto, quello che usava quando non voleva ammettere di essere più felice di quanto fosse socialmente accettabile.
Non era certo la prima volta che Giusy gli affidava un copione, ma questa volta il tono era diverso.
C’era meno ironia. Più cura.
Lui sapeva bene che Giusy non chiedeva mai nulla a caso. Le sue parole erano sempre piccoli scenari in miniatura: mentre gli altri parlavano di ciò che era accaduto, lei costruiva immagini, gesti, frammenti di sogno. Parlava per suggestioni, per fotogrammi.
E mentre lo fissava, con quello sguardo che aveva il sapore incerto del vino rosso e delle verità non dette, Giusy aggiunse, quasi sottovoce, come se stesse cercando una porta d’ingresso nel silenzio:
«Lo sai, Ernesto, che con te non mi sento mai fuori posto? È strano, ma… anche in mezzo a tutta questa gente che parla senza ascoltare, io… mi sento a casa.»
Le parole si posarono tra loro come un lenzuolo steso al sole: leggere, intime, vere.
Ernesto non rispose subito. Ma il suo silenzio aveva tutto il calore di un sì che non ha bisogno di spiegazioni. La serata trascorse tranquilla, tra risate educate, bollicine versate con gesti coreografici e sguardi complici che si incrociavano di tanto in tanto, come note a margine in una sinfonia sociale già scritta. Giusy, come sempre, era impeccabile: fluiva tra le conversazioni come una piuma ben direzionata, ed Ernesto – nella sua parte da partner improvvisato – si muoveva con la naturalezza di chi ha imparato a stare in scena senza bisogno di copione.
L’indomani mattina, puntuale come un attore al secondo atto, Ernesto salì i gradini del pianerottolo e suonò il campanello di Giusy. Il campanello emise il solito “din-don” un po’ stonato, come se anche lui si stesse ancora svegliando.
Lei aprì la porta in abito cerimonia color sabbia, capelli raccolti con finta nonchalance, lo sguardo allegro e complice.
«Pronto per affrontare una giornata di selfie, riso per terra e inviti alla felicità che non ci riguarda?»
«Solo se mi garantisci che al buffet ci sarà almeno un carboidrato vero e non solo mousse trasparenti servite in cucchiaini tristi.»
Risero. Si scambiarono un’occhiata fugace, di quelle che dicono “almeno ci siamo noi due”.
In macchina, il dialogo prese presto la piega delle loro migliori conversazioni: un duetto spumeggiante tra sarcasmo e tenerezza.
«Sai cosa mi diverte di questi matrimoni?» disse Giusy, mentre dal suo cellulare inseriva la destinazione nel navigatore. «Che sono l’unico momento in cui persone che si odiano si riuniscono per celebrare l’amore?»
«No, che ci sono sempre due tipi di donne: quelle che cercano il bouquet e quelle che cercano l’uscita di emergenza.»
Ernesto rise, poi scrollò la testa:
«E gli uomini?»
«Quelli… cercano il bagno. O una scusa per uscire a fumare, anche se hanno smesso da dieci anni.»
Il viaggio proseguì così, tra curve morbide e battute affilate. Il paesaggio cambiava lentamente fuori dal finestrino: la città sfumava in colline coperte di vigne, e il silenzio della domenica mattina sembrava proteggere ogni dettaglio con una luce ovattata.
Arrivarono alla cerimonia in perfetto orario – cosa che Ernesto considerava già un miracolo degno di nota – e si sistemarono con discrezione tra gli invitati. La funzione fu breve, tutto sommato elegante, con pochi eccessi e un prete che sembrava uscito da un film di Ozpetek: occhi vispi, voce calda e una frase finale che fece sospirare metà delle invitate.
Poi venne il momento del trasferimento verso la villa per il rinfresco.
Appena imboccarono il vialetto sterrato che portava alla tenuta, Ernesto abbassò il finestrino. L’aria profumava di rosmarino e legna tagliata, e la villa apparve come un miraggio tra le fronde degli ulivi: elegante, sobria, con le persiane bianche spalancate come occhi curiosi.
“Ecco, adesso comincia la parte che conta davvero della giornata”, mormorava tra sé Giusy, mentre lo sguardo seguiva Ernesto che, con gesti lenti e familiari, sistemava l’auto. Era come se tutto il resto – il lavoro, le parole di circostanza, le ore trascorse – fosse stato solo un prologo senza trama. Ora, finalmente, si entrava nel vivo.
«Quella in cui fingiamo di conoscere tutti, sorridiamo alle zie e cerchiamo di non inciampare sulle scale mentre portiamo in equilibrio tre piattini e due calici.»
«Io farò finta di essere il cugino argentino con l’accento incerto. Tu coprimi.»
«Va bene. Ma se mi chiedono come ci siamo conosciuti, racconto che hai cercato di vendermi un’aspirapolvere porta a porta.»
E ridendo, si incamminarono verso l’ingresso, con la leggerezza di chi sa che, qualunque cosa accada, almeno c’è qualcuno con cui riderne.
La villa, immersa tra cipressi alti e pergolati fioriti, sembrava il set accurato di un film romantico in costume: tutto era disposto con una grazia così perfetta da sembrare irreale. Un quartetto d’archi suonava sotto un gazebo, i camerieri si muovevano come comparse addestrate alla coreografia dell’eleganza, e i tavolini sparsi sul prato ospitavano già le prime risate forzate, le chiacchiere di convenienza, i calici di bollicine.
Giusy si muoveva come se fosse nata per quel contesto: un passo davanti a lui, un saluto accennato a qualcuno, una risata calibrata, uno sguardo che si posava solo su ciò che davvero la interessava.
Ernesto la seguiva con quella strana sensazione di chi partecipa a qualcosa che non gli appartiene, eppure non vuole perdersi. Sorseggiava piano il suo prosecco, rideva ai momenti giusti, lasciava che il personaggio prendesse il posto della persona. Lo aveva già fatto altre volte. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso. Un dettaglio che non sapeva ancora nominare.
Poi accadde.
Stavano vicino al buffet – Ernesto aveva appena individuato un angolo con qualcosa che assomigliava a un pasto vero – quando Giusy fu chiamata da una donna elegante, più grande di lei, che la abbracciò con affetto e la trascinò verso un gruppo di persone. Ernesto restò in disparte.
Fu in quel momento che lo vide.
Un uomo, alto, abbronzato, con un abito chiaro e lo sguardo di chi sa di piacere, si avvicinò a Giusy. Non fu il gesto, né il modo. Fu lo sguardo. Quello sguardo lungo e trattenuto che non si dà mai per caso.
E Giusy… non si voltò subito. Ma quando lo fece, sorrise. Non il sorriso che conosceva lui – quello inclinato, ironico, che sapeva di complicità. No. Quello era diverso.
Era un sorriso denso di passato.
L’uomo la salutò, le sfiorò la mano, le disse qualcosa che Ernesto non poté udire. Lei si limitò ad annuire, con quel tono ambiguo di chi ha già detto troppo, e poi, voltandosi, tornò lentamente verso di lui.
«Chi era?» chiese Ernesto, con finta leggerezza.
«Era il fratello di un vecchio errore ben stirato,» rispose lei, tentando il tono di sempre. Ma la voce aveva un’increspatura. Piccola, ma reale.
«Ah. L’effetto seta.»
«Più l’effetto “cose non chiuse bene”. Ma niente di grave. Sei ancora il mio cavaliere di giornata, tranquillo.»
Ernesto sorrise. Ma dentro, qualcosa cambiava.
Non era gelosia. Era consapevolezza. Di quella zona interdetta che si apre quando ti accorgi che la persona con cui scherzi, accompagni, fingi… potrebbe, in un altro tempo, in un’altra trama, essere molto di più.
Da quel momento, la giornata prese un altro ritmo.
Le battute continuarono, ma più rade. Gli sguardi si cercavano ancora, ma con un po’ più di pudore. E quando, nel tardo pomeriggio, si ritrovarono seduti su un muretto a pochi metri dal prato principale, lontani dal chiasso e dalle foto di gruppo, fu lei a rompere il silenzio.
«Sai che sei stato perfetto oggi?»
«Sono un ottimo aspirapolvere da compagnia.»
Lei rise piano, poi si fece seria.
«Scherzi a parte… grazie. Per esserci sempre, anche quando non lo dico.»
Lui si voltò verso di lei. La luce della sera le scivolava sul collo come una carezza lenta, ma stranamente fredda, come la mano di un ricordo che non hai ancora avuto il coraggio di seppellire.
Per un attimo, Ernesto restò in silenzio. C’era qualcosa nel modo in cui Giusy fissava il vuoto davanti a sé – come se stesse parlando con qualcuno che lui non poteva vedere.
Poi, con un tono basso, quasi affettuoso, cercò un varco:
«Ti va di parlare di quello che è successo?»
Lei lo guardò, finalmente. Ma il suo sguardo era opaco, impastato da qualcosa che somigliava alla stanchezza ma puzzava di resa.
«Succede sempre la stessa cosa, Ernesto. Solo che stavolta l’hai vista anche tu.»
Non disse altro. Si alzò con movimenti misurati, come chi teme di rompere qualcosa che non ha più voglia di ricomporre.
«Dai, mi porti a casa,» disse lei, con una gentilezza scolorita, come una frase detta mille volte a fine giornata. «Però prima vorrei fare una passeggiata… sotto questo splendido cielo.»
La frase rimase sospesa, troppo pulita, troppo in contrasto con l’inquietudine che si stava formando tra loro, come una nuvola che non si vede ma si sente addensare dentro le ossa.
Ernesto annuì piano, ma non sorrise.
Camminarono fianco a fianco lungo il viale sterrato che costeggiava il prato della villa, tra le luci sbiadite dei lampioncini e il canto molle dei grilli. Il cielo era effettivamente splendido – violaceo, punteggiato di stelle timide – ma non sembrava un cielo sotto cui restare.
Sembrava un cielo sotto cui sparire.
«Lo senti anche tu?» disse lei dopo un po’, senza guardarlo.
«Cosa?»
«Questo silenzio strano… come se tutto fosse troppo quieto. Come se qualcosa, dentro, stesse aspettando di rompersi.»
Ernesto non rispose subito.
La sua mente andava a quel sorriso che aveva visto – quel sorriso che Giusy aveva rivolto a quell’uomo, poco prima. Non per gelosia.
Perché non era suo.
Camminavano, ma sembrava che a ogni passo si allontanassero di qualche centimetro in più. Come due sagome tracciate a matita su due fogli diversi.
Poi lei si fermò.
Si voltò verso di lui con una calma che faceva paura.
«Dai, sediamoci qui», sussurrò lei con un tono basso, quasi giocoso. Fece un passo rapido, leggera come una promessa non detta, e si lasciò cadere sul prato con la grazia distratta di chi si affida al momento.
Il vestito si spiegò come un fiore intorno a lei, e il viso si inclinò verso l’alto, a contemplare il cielo che cominciava a sciogliersi in una marea di stelle timide.
Ernesto restò un istante fermo, come una statua di cera colta di sorpresa. Quel gesto, così improvviso e libero, lo spiazzò. Giusy non si era mai seduta per caso. Lei aveva sempre camminato come chi conosce la direzione, anche nei silenzi.
Ma adesso… sembrava voler restare.
Lui colse l’occasione senza pensarci troppo.
Si sdraiò accanto a lei, con movimenti lenti, quasi timorosi, come chi si avvicina a qualcosa che potrebbe scottare o salvare.
Il prato era ancora caldo di sole, profumava di erba tagliata e sera.
Il corpo di Giusy, poco distante, irradiava un’energia discreta e travolgente. Non era solo bellezza. Era presenza.
Era il fascino naturale di chi non ha bisogno di chiedere il permesso per farsi sentire.
Ernesto sentiva ogni centimetro di distanza tra i loro corpi come un campo magnetico. Le braccia non si toccavano, ma sembravano già parlarsi. Le loro spalle si sfioravano appena, ma bastava quel niente per creare un’intera grammatica del desiderio.
Lei sorrise, senza voltarsi.
«Da bambini guardavamo il cielo e ci sembrava una mappa segreta… adesso lo guardiamo sperando che non cada tutto.»
Lui sorrise, ma non disse nulla. Guardava le stelle, sì. Ma percepiva ogni respiro di Giusy come un suono più vero.
Il ritmo lento del suo petto, il profumo della pelle, il fruscio lieve dei capelli mossi dal vento.
Poi, con un gesto istintivo, quasi infantile, Ernesto si voltò appena, il viso vicino al suo.
«A volte penso che potremmo restare così. In silenzio. In bilico. Senza dire altro.»
Giusy si voltò anche lei. I loro occhi si trovarono, e non c’era più finzione, né ironia, né ruoli da interpretare.
Solo due volti vicini, due verità nude.
Il suo sguardo era caldo, liquido, profondo.
E quando il braccio di Ernesto si mosse, lentamente, per cercare il contatto, Giusy non si ritrasse.
Non era un gesto eclatante. Solo una mano che sfiorava un’altra.
Ma in quel tocco leggero c’era tutta la fame trattenuta di due persone che, per troppo tempo, avevano parlato di tutto… tranne che di loro.
Giusy lasciò la mano di Ernesto con un gesto lieve, quasi impercettibile, come se non volesse rompere qualcosa ma solo appoggiarla altrove, per un attimo. Poi alzò il braccio e iniziò a indicare il cielo, puntando il dito tra le costellazioni.
«Non riesco a vedere l’Orsa Maggiore… e nemmeno quella Minore», disse, socchiudendo gli occhi come se stesse cercando qualcosa che, in realtà, forse non voleva trovare davvero.
Ernesto sorrise e si unì al gioco, indicando a caso qualche gruppo di stelle.
«E se invece fosse quella lì? O magari quella? Dai, inventiamocene una tutta nostra. La costellazione dei sopravvissuti.»
Giusy rise piano, ma nei suoi occhi c’era un’ombra sottile, una sfumatura che Ernesto colse appena, come una nota stonata in una melodia conosciuta.
Poi, senza smettere di guardare il cielo, lei parlò.
«Sai… ognuno di noi incontra, prima o poi, il proprio orso. Quello che ti attraversa la vita, che ti spaventa, che ti cambia. E tu non puoi ignorarlo. Lo puoi affrontare, lo puoi amare, lo puoi anche lasciare andare… ma non puoi far finta che non sia esistito.»
Si voltò verso di lui, lentamente.
«Ora ti dico qual è il mio. E ne parlo a te, perché sei la persona più vicina al mio migliore amico. Anche se…» fece una pausa, guardandolo con un’intensità che sembrava voler scavare sotto le parole, «…anche se sento vibrare il mio corpo quando mi sei accanto. Ed è proprio questo che mi confonde.»
Ernesto restò in silenzio. Perché a volte le verità arrivano con voce dolce, ma fanno comunque rumore dentro.
Giusy abbassò lo sguardo.
«Non so cosa ci aspetta, non so nemmeno cosa voglio davvero. Ma so questo: ora non è il momento per avere un uomo nella mia vita. Non perché non lo desideri… ma perché non saprei proteggerlo. E finirei per ferirlo, senza volerlo.»
Il cielo sembrava inchiodato sopra di loro. Le stelle, così brillanti fino a poco prima, adesso parevano più distanti.
Ernesto deglutì a vuoto. Sentiva le parole di lei come pietre gentili. Non lo colpivano, ma si posavano una dopo l’altra, dentro, dove fanno peso anche se non fanno rumore.
[continua]
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