Opere di

Marco Favaloro


Nella brezza notturna

Basteremo nel nostro esserci
bagnati da una luna rossa,
lambiti nella voce dei corpi
da uno sciame di stelle alate,
a svelarci nella brezza notturna.

Lì, ci troveremo colmi nel bagliore estremo
che si concede dalle altezze di un cielo,
e sfoglia scintille nella pienezza
che precede quell’attimo.

Saranno i sussurri
a offrirsi in rivoli densi,
esondare nel fiore profumato,
e innaffiare di luce la fonte chiara.

E noi,
mossi dal vento nel sole riarso,
immersi in un tempo
che sbriciola polvere di luce,
lasceremo lacrime di smeraldi
riflesse nella notte.
Allacciati a consumare sotto pelle, 
il sogno nelle vene,
ora a squarciare con un bacio il buio
e pronunciare il nostro amore
nella brezza notturna.


È tutto come prima

Si avvicina quel rumore
che invocava il sacro canto
della lotta, il germe che ha diviso
le menti nel torbido.

Aspettava di risorgere
l’erba selvatica,
che si nutre di sangue
e di odio.

Assomiglia al precipizio
di quell’epoca,
con il passo degli stivali,
e i colpi che riecheggiano
nell’aria.

Si accalcano gli imbonitori
per mistificare la trama
con il rullo dei tamburi,
innalzando la bandiera
e l’onore con le bombe.

Mentre l’umanità
si schianta nel dolce
veleno dell’indifferenza.

Sorda al controcanto
dell’imminenza di quella profezia,
scegliendo di non vedere.

Ha l’odore della polvere la fine,
come la terra avvelenata,
le torri che crollano
e la parola in cenere.

Solo i coraggiosi
all’ultimo istante
scavalcano il fuoco,
e gli angoli bui.

Per scrivere con voce alta
una storia diversa,
dopo quella densa oscurità.

Sollevare gli occhi
dall’erba infestante
che soffoca il mondo.

Con la parola perfetta,
che abbaglia il sopruso.

Contiene la luce,
si scioglie nel bianco
della foschia
illuminando il pensiero.

E prende dimora
in un placido lido
la fioritura di un altro
seme.

L’ora per accendersi
dall’oscurità,
perché non resti
tutto come prima.


Un giorno pieno di luce

C’è un giorno pieno di luce
che ricongiunge il corpo
con l’anima, una sponda
che si appoggia sulle albe
legate a un esistere senza
confini.

Sciogliersi nella forma
dell’infinito, irrompere nella
nera bellezza della notte, e
scoprire l’anima che oscilla
nell’eterno tra ali bianche che
sanno di quiete.

Esiste quel varco oltre il respiro
che sospinge la vita tra echi di stelle,
e diventa polvere di luce
nell’invisibile in sequenze
di colori.
Farsi goccia di cielo
tra le sonorità
dell’universo, dentro
interminabili orizzonti,
nell’abbraccio
dell’energia divina.

Verrà quell’attimo nei nostri occhi,
sarà come percuotere il silenzio
dell’ignoto soli, nella pienezza di
quell’istante.

Nessun rumore tra le vene
della terra, solo la certezza di
vivere nella perfezione nella limpida trasparenza di
un’antica promessa.


Lucciole

Le lucciole nelle rughe
delle strade come ombre sottili,
silenziose sentinelle
negli angoli scuri.

Un brulicare di fiati
e di sudore che cadono
come gocce di pioggia
su occhi ardenti
truccati di desiderio.

Per le anime in pena e
per l’umanità piegata nel vizio
da un’intesa segreta,
nella complicità della notte.

Vegliano nelle strade cupe
come farfalle sfiorite
forzate da un destino scolorito,
marchiate dal disprezzo
da un coro d’ipocrisia.

Eterna meretrice
in un mondo spesso cieco,
il tuo esistere è un’ancora
per gli istinti travagliati,
che abbracciano
l’amore clandestino.

Nel passato voci feroci
ti hanno lasciato segni profondi
come lame affilate,
ma sotto la pelle scorre un fiume
di crudeli maltrattamenti.

Il tuo battito si è consumato
in un mare di solitudine,
nel buio di vite fragili
in cerca di sogni smarriti,
di un bisogno mai estinto.

Lucciole tremolanti
nella notte scivolano
nelle pieghe invisibili,
di ciò che si nasconde
nel mondo accanto.

La storia antica,
di un universo intricato,
che cerca nel prezzo della carne
l’inganno di gemiti e sospiri,
la maschera dell’amore artefatto.

Anime erranti delle strade,
ardente richiamo
di desideri impuri,
mani che sognano di sfiorare
i loro sensi in una notte
senza fine.

Un’incessante danza
di silenzi gridati,
cercano nella fragile luce
un sussurro di umanità.


La luce bianca

Sembrava svelare un’eclissi,
la luce bianca,
come a tramortire il suolo,
e macchiarlo dall’urlo delle ombre,
sulla carne bruciata.

Una distesa incandescente nel cielo,
graffiato da una scia,
sporcato di polvere nera,
a spargere dolore e dilaniare le pelli.

Si stava dentro un’aria ferma,
era terra avvelenata che cedeva alle radici
di un ciliegio assetato di sole.

Ora i vivi sono voci svuotate,
che camminano con la croce addosso,
corpi inermi che si disfano
nel nuovo sole.

Nel sottofondo i fiati soffocati,
e le memorie sepolte,
restituiti all’Eterno.

Per la fredda quiete,
quasi perfetta a dominare il mondo,
scendeva sangue innocente,
dai condannati nel braciere.

Poco il tempo resta ora,
prima di toccare l’abisso,
per una terra da portare via
con il fuoco.

Chiudendo gli occhi
senza vergogna sui falsi miti.

Saremo solo nell’eco
di notti che scompaiono,
di albe che non saranno
più all’appuntamento con il giorno,
nel ritorno di quell’istante implacabile.
La discesa nell’oblio del silenzio,
di un’altra luce bianca.


Nel suono di una goccia

L’ora ferma
si dilata in un’aria di vetro,
nel suono di una goccia che cade,
perla liquida
che si dirama nel silenzio.

L’attesa perpetua
nel pozzo dell’essere,
scandito nel riflesso del tempo,
l’ipotesi di un destino incompiuto.

Divampa ancora l’ardore,
come un giglio immacolato
in un campo di cenere,
l’alabastro che si spacca
come carne viva.

Nella pianura di brina,
l’orchidea si dissolve
come cristallo terso,
nella lacrima che scivola.

Mostra le vene del dolore,
un macigno che rotola
in un cielo d’inchiostro,
che taglia le stelle nel sangue di luna.

Ascolto il murmure dell’infinito,
come se l’immortalità mi appartenesse,
attraverso le linee invisibili del destino.

Nel suono di una goccia
che cade sull’acqua,
la vibrazione che fissa l’istante,
uno squarcio nell’oscurità.


Le labbra profumate di ciliegio

Lasciami nelle vene di un fremito
che s’adagia nel respiro delle cose,
nei solchi di un tempo immobile.

La promessa che germoglia,
e si fa corpo sotto la mia pelle.

Ti rivesti nel muschio d’aurora,
a spargere nella rugiada d’autunno
le labbra profumate di ciliegio.

Non lasciarmi nella nebbia
che ricama i contorni d’ombra,
coprimi nel tuo canto quando il giorno
si tesse nel gelo.

Dammi un sussurro
che mi porti sulla tua scia,
la tua impronta che si innalza nel vento
e si schiude nel cielo.


Libere di essere

Quelle vite prosciugate,
soffocate dal possesso
disciolte nel nero,
a sfrangiare il cuore nelle arterie.

Si schiudono nella penombra
nelle pareti sigillate,
inseguendo la luce ramata
di un’aurora.

L’amore stretto nella coltre silenziosa
di passioni frantumate,
raschiate nel rancore.

Atmosfere rarefatte su corpi indifesi,
e gemme oltraggiate con la lama,
sulla carne strappata.

Nel sangue che scorre
e si fonde nello scroscio di lacrime
ancora tinte di rosso,
dentro notti pesanti da ricomporre
senza osare un battito.

Il risveglio tutto nel bianco
si sfalda nell’alba che tace,
in un cielo accasciato sopra.

Per una notte,
libere di essere stelle alate,
a innalzare gli occhi,
fiancheggiare l’amore su filamenti di luce,
e spaccare di grida l’umanità svanita.


Un fremito d’incensi

Quando il manto placido
del silenzio sussurra
nella nuda ansa delle tue acque,
tutto si svela sull’orlo
sfumato delle ombre.

Capisci come l’anima
ricerca la voce chiara,
l’eco degli sguardi
un sentire al vivo pulsare.

Quando un grido
si lancia come un’ancora
smarrita in mezzo all’oceano,
si dipinge nel maestrale
l’intima quiete che cerchi,
e si espande soave
senza mai vacillare.

E quando l’iride
si dilata è un volo
nella luce.

Uno spasmo che si allarga
e sprofonda nell’ardore
di un corpo assetato nella brama,
il vizio dell’amore.

Così l’essenza
raggiunge l’apice,
un fremito d’incensi,
il cuore sazio.


L’iridescente emozione

È sfuggente
l’inaccessibile orizzonte,
sognante sponda
distesa nel grembo d’ombra.
 
Evoca arcani versi,
si svelano intorno a noi,
si fanno manto di rugiada
 
Sussurrano il mistero,
afferrano silenzi interiori,
il mormorio nell’oscurità.
 
In un mare di pensieri segreti
voci si intrecciano,
suoni ermetici si addensano
nel cielo aperto.
 
Sale il magma di un sole
troppo forte.
 
Un rosso vortice di corpi
sciolti nell’oscurità,
come stelle erranti.
 
Sono frammenti di luce
che si abbracciano,
e incantano come un dipinto
avvolto da petali di rosa.
 
Freschi profumi
che corteggiano quell’attimo.
 
Il canto del silenzio,
tra le pieghe di un tempo sottile,
che scoppia dentro di noi.
 
Ci scopriremo
nei solchi dell’anima,
nell’essenziale.
 
Il dolce bisbiglio
del battito dei nostri occhi
sarà l’iridescente emozione
di un destino eterno.
 
Perché la sponda
di quell’orizzonte,
sarà il sigillo
sulle nostre labbra.  


Accade ancora

Accade ancora che il tempo
si rabbuia nella bruma,
e nell’incavo di un’ombra,
un grido si scioglie nella pelle.
 
L’attimo sospeso coperto nel buio
dove comincia una notte gelata
senza stelle,
senza alzare lo sguardo al cielo,
nel palmo della mano del carnefice.
 
Vite offese nell’amore costretto
da volti sconosciuti scaduti nell’abisso,
il dolore che scende sul ventre,
la parola muta di un cupo desiderio.
 
Accade ancora,
che tra le pareti tutto era luce,
vissuto nell’abbaglio
di un battito sempre vivo.
 
Nel dopo
è un risveglio sfilacciato,
affiorano i lividi,
l’abitudine allo sfregio.
 
Colpevole una stoffa troppo corta,
la leggera voluttà di lucide labbra,
le catene spezzate a recidere
un vivere schiacciato.
 
Come se prese nel sangue,
quell’istante potesse smentire il dubbio,
rigettare l’abbandono
senza lasciare traccia.
 
Accade che il dissenso
per un velo
che le vuole immacolate,
diventa un martirio
sul giogo degli aguzzini,
stretti nel deserto dell’odio.
 
Accadrà un sorso di luce
dove s’abbevera
un orizzonte che chiede
l’imminenza di un’alba profumata.
 
Dove il chiaro arriva
sui rami contorti a restituire
nelle venature le parole perdute.


Il verso dell’anima

Il dopo,
è la dissolvenza nell’oltre,
la chiusura degli occhi,
il giorno più breve.

Sul bordo dell’ultimo passo
il passaggio senza penombra,
tramutati dalla polvere
nel trascendente.

L’impercettibile battito del silenzio,
l’acuto dell’anima
che risale nell’albore fuori dal cielo.

L’avvicinarsi in fasci di luce
nella perfezione del tutto,
laddove il seme ritorna alla sua origine,
s’innalza nel manto della grazia,
lontano dall’immanenza brulicante
macchiata di rosso.

La veglia della nostra impermanenza,
racchiusa nel seme che sapiente germoglia
nella disciplina del vivere e poi,
la parola piena dove l’insidia ammutolisce
nell’assenza del fango.

Fieri delle nostre radici,
amati dal verso dell’anima,
disorientata la ruggine,
saremo alba nel respiro divino.


La notte non è mai silenziosa

Porgimi il tuo orizzonte
nella veglia del tuo sentire, 
come seme improvviso
creami un verso di luce,
raccolto nelle auree corolle
che sgorgano lisce dalla nuda gemma.
 
Un vorticare in versi di gocce argentate,
vanno esornando quella vetta carnale
dove appoggiare le nostre labbra,
e fluire nell’albore di un’eclissi di luna.
 
Nel framezzo di albe dorate 
fendono bagliori ambrati,
ramificati nelle acque terse,
intiepidite dalla tua bocca
come approdo che si schiara
nell’onda schiumosa.
 
Saranno frammenti di suoni, 
echi che sfumano sui richiami dei sensi,
vibrazioni di corpi levigati in soffici essenze,
che scivolano lievi nella soglia
di una notte che non sarà mai silenziosa.


Nella moltitudine dei cieli

Ci aspetta qualcosa,
dentro quello che resta
nel gocciolare del tempo,
nella moltitudine di cieli,
nei luoghi dove l’anima
s’avvera nella sintesi
di un respiro.

Per scoprire la stessa alba,
aggrappata tra cumuli di nuvole,
a restituire scintille nei corpi
dove è possibile scambiarsi sotto pelle,
tutta la luce densa,
che trasuda dai nostri occhi.

Nell’amore che sale su,
e in quello che rimane
nella piena della sera,
in fusione con l’attimo
che entra dentro la carne.

Saremo a sciogliere distanze,
nei sospiri accennati,
che purificano la luce,
prima che il tutto possa accadere,
nelle vene del fiume
che preme contro.

Spremersi dentro mille notti,
scavare il buio,
parlarsi solo con il corpo,
con quello che viene addosso,
e mutare l’esistere con petali di fiore,
e di baci che lambiscono
una moltitudine di cieli ambrati.



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